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Lo spread «vede» quota 100 punti

Quota 100 per lo spread fra BTp e Bund è di nuovo quasi una realtà. Ieri mattina fra i decennali dei titoli di Stato di Italia e Germania la differenza di rendimento è infatti scesa fino a 101 punti, per poi attestarsi sul finale di giornata appena un centesimo sopra, su livelli cioè che non si vedevano da oltre due mesi. Non occorre spremersi molto per capire che un movimento del genere è legato alle misure supplementari che la Banca centrale europea (Bce) ha messo in campo giovedì scorso e agli effetti che queste produrranno a partire delle prossime settimane per almeno un anno (fin quando si protrarranno di sicuro gli acquisti legati al piano Draghi).
Diversi sono infatti i motivi che tendono, in questa generale rincorsa al ribasso per i tassi dei bond sovrani a favorire la «periferia» d’Europa, e in particolare l’Italia, a un Paese come la Germania, che pure in termini strettamente numerici continuerà ad attirare su di sè la parte principale degli interventi diretti dall’Eurotower proprio perché detiene la partecipazione più elevata nel capitale Bce. La prima è una questione di mera opportunità per gli investitori: almeno sulle scadenze lunghe i titoli di Italia, Spagna e ancora di più Portogallo continuano a offrire un barlume di rendimento che un Bund (ieri 0,29% sempre sul decennale) non riesce a garantire ormai da tempo. In altre parole, pur in un contesto di tassi ridotti ai minimi termini, gli operatori istituzionali puntano dove permane ancora un minimo di sostanza.
C’è inoltre da considerare l’effetto indiretto determinato dall’allargamento del piano Draghi ai corporate bond, che ha ridotto gli spread per queste categorie di obbligazioni di società non legate al settore finanziario (acquistabili dalla fine del secondo trimestre) e a cascata tende a comprimere anche i differenziali dei titoli di Stato. Avendo poi l’Italia in circolazione un quantitativo di emissioni di bond aziendali inferiore rispetto ad altri stati «core» (Bofa Merrill Lynch stima che i corporate riacquistabili dalla Bce nel nostro Paese potrebbero essere nell’ordine dei 69 miliardi di euro, contro i 122 miliardi di tedeschi e i 209 di francesi) occorre mettere in conto che l’allargamento da 60 a 80 miliardi mensili della quota di riacquisti deciso giovedì scorso andrà più che altro a beneficio di BTp e soci.
Finora del resto Francoforte ha rastrellato in media titoli sovrani italiani per 7,3 miliardi ogni mese: un quantitativo che secondo gli analisti dovrebbe crescere di ulteriori 2,3-2,5 miliardi a partire da aprile e portare così da circa 90 a 115-120 miliardi il totale acquistabile da qui al marzo 2017. Ce n’è a sufficienza, insomma, per esercitare una pressione al ribasso non indifferente sui rendimenti. E per assorbire oltre il 50% dell’offerta del Tesoro, che ieri ha anche annunciato il collocamento dal 4 al 7 aprile del nuovo BTp Italia legato all’inflazione del nostro Paese che avrà scadenza 8 anni.
Se tutto questo non bastasse, poi, bisogna considerare anche la compressione che il calo dell’avversione al rischio sui mercati (al quale concorre anche l’azione vigorosa di Draghi) esercita sugli stessi spread periferici. Un differenziale Italia-Germania in doppia cifra lo si poteva in fondo trovare anche a inizio anno, prima che la crisi dovuta alla congiunzione dei fattori Cina, crollo del petrolio, rallentamento globale e solidità delle banche europee riportasse lo spread a 150 punti.
Ora siamo di nuovo vicini a 100, livello che per molti gestori era sì un possibile traguardo post-Bce, ma nel medio termine: per accelerare o almeno confermare questi valori occorrerà prima di tutto che la tregua sui listini persista. Nel medio periodo resta comunque tutto da scoprire l’impatto sui rendimenti dei BTp in sé, perché la normalizzazione sui mercati da una parte e le possibili decisioni della Federal Reserve sui tassi Usa di domani dall’altra potrebbero muovere al rialzo il livello dei Bund e quello generale dei titoli di Stato europei, vanificando quindi la contrazione dello spread.

Maximilian Cellino

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