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Lo spread tocca 160 punti, è corsa ai Bund

Gli investitori stanno comprando beni rifugio. E, fra questi, stanno comprando titoli di Stato tedeschi e statunitensi. Allo stesso tempo stanno vendendo (ma con meno intensità degli acquisti) i titoli di Stato della periferia dell’Eurozona.
Una tendenza che prosegue ininterrotta da inizio anno, da quando i mercati finanziari stanno facendo i conti con una tempesta finanziaria, che colpisce duro sotto i colpi della violenta frenata del petrolio, dei timori di una bolla sui Paesi emergenti e del conseguente effetto a cascata sul rallentamento dell’economia globale, su cui già pesa la transizione della Cina da un’economia basata sulle esportazioni a un’economia basata sui consumi in stile statunitense. Con tutto quello che comporta in termini di frenata del Pil.
Questo trend si è visto tutto anche ieri: i rendimenti (che si muovono in direzione opposta ai prezzi) del Bund tedesco a 10 anni sono scivolati allo 0,16% (per chiudere a 0,19%) e ormai puntano al minimo storico intraday a 0,04% toccato lo scorso 20 aprile. Un anno fa però si compravano Bund perché la Bce aveva da poco lanciato il quantitative easing che da allora la orienta a comprare bond governativi dell’Eurozona (Grecia esclusa) per 45 miliardi di euro al mese. Oggi invece, come visto, si acquistano Bund perché c’è avversione al rischio. Per questo motivo, nonostante ci sia la coperta della Bce, i tassi dei BTp stanno leggermente risalendo (ieri il decennale ha chiuso all’1,7%, 20 punti base in più rispetto all’1,5% di inizio anno). Di conseguenza lo spread (differenziale) tra BTp e Bund è salito a 152 punti base, molto di più rispetto ai 96 punti di inizio anno.
Riflessi in questa direzione si sono visti anche sul mercato primario. Il Tesoro ha fatto il pieno di BTp, a 3, 7 e 15 anni in asta, ottenendo in cambio i 5,5 miliardi previsti, ma con un costo un po’ più alto. Il tasso del triennale si è attestato allo 0,11% (9 punti base in più rispetto alla precedente asta), il settennale è tornato sopra la soglia dell’1%, all’1,05%, il titolo a 15 anni al 2,08%. La domanda sul triennale ha tenuto bene, anche se meno brillante di un mese fa: 3,14 miliardi con rapporto di copertura 1,57 (da 1,88 dell’asta precedente). Più basso ancora il rapporto di copertura tra domanda e offerta per il titolo a 7 anni (1,46). Un po’ più alta la domanda (1,59 volte l’offerta) sul titolo a 15 anni.
Sul mercato secondario (quello aperto a tutti) restano negativi i titoli di Stato italiani a 6 mesi mentre sulle altre scadenze le recenti vendite hanno riportato i rendimenti sopra lo 0. È singolare il fatto che sulle scadenze più brevi (fino a 3 anni) l’Italia paghi qualcosa in più della Spagna mentre dai 5 anni in poi Madrid torna ad essere considerata leggermente più “rischiosa” con il decennale all’1,79% contro l’1,71% in Italia. Su questa scadenza i BTp pagano ormai qualcosa in più dei titoli statunitensi (scesi all’1,57% quando a gennaio erano al 2%) con la differenza che negli Usa si incorporano prospettive di inflazione più alte rispetto al contesto italiano e dell’Eurozona, alle prese con un’accentuata disinflazione. Da non dimenticare poi il clamoroso dietrofont di politica monetaria a cui potrebbero accingersi gli Usa. Ieri il governatore della Fed, Janet Yellen, ha detto che l’«ipotesi tassi negativi non è da escludere». Proprio dopo aver preparato nell’ultimo anno i mercati a un piano di rialzi graduali. Mentre l’inflazione è un miraggio nell’Eurozona. C’è un grafico che lo misura, il 5y5y inflation: ieri è sceso sui minimi da quando esiste l’euro(1,43%): è il segnale che i mercati non credono che la Bce riesca a centrare l’obiettivo di portare l’inflazione al 2% nemmeno per i prossimi 5 anni.
Segnali che indicano che l’attuale era dei tassi bassi è probabilmente destinata a durare ancora a lungo, rischiando di creare un effetto a spirale sulle banche europee. I tassi bassi riducono i margini sull’attività di intermediazione del credito, appesantendo il quadro che vede già bilanci in difficoltà a causa delle sofferenze. Insomma, sta accadendo questo: le banche sono in difficoltà perché la contrazione dell’economia reale degli ultimi anni ha trasformato in crediti deteriorati molti prestiti effettuati a imprese che sono collassate per via della crisi. Per reagire alla crisi le autorità stanno tagliando i tassi (le Bce potrebbe il 10 marzo portare a -0,4% il tasso sui depositi) e questo sta riducendo i margini dell’attività bancaria. Una spirale, quella dell’era dei tassi bassi e/o negativi, che sta portando economia, politica e finanza in un territorio francamente inesplorato.

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