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Lo spread riparte da Napolitano

«L’ampia fiducia accordata dalla maggioranza dei partiti italiani a Giorgio Napolitano potrebbe essere direttamente proporzionale a quella che i mercati ci daranno a partire da domani». È questo l’auspicio di uno dei principali gestori obbligazionari italiani, per descrivere con quale umore gli operatori globali potrebbero approcciarsi ora al debito italiano.
Del resto l’eco generato a livello globale della riconferma del Capo dello Stato, europeista convinto e “deus ex machina” del governo riformista targato Monti, non può che rivelarsi un viatico positivo per i titoli italiani. Lo stesso saluto «ammirato» a Napolitano del presidente americano Barack Obama è la più conferma più evidente di quanto i partner mondiali si sentano ora più rassicurati sulla tenuta futura del sistema politico italiano. «Napolitano era la migliore soluzione possibile per uscire dalla situazione di stallo in cui ci trovavamo», confida il capo del desk obbligazionario di una delle principali banche italiane. E ora «una grande coalizione è probabilmente il migliore scenario per condurre il problematico paese verso nuove elezioni», spiega Annalisa Piazza, analista di Newedge Strategy.
Va detto che, pur in quadro di sostanziale ingovernabilità, i mercati sono stati clementi nei nostri confronti. A partire dal 26 febbraio scorso, all’indomani della tornata elettorale conclusasi senza un vincitore, il tasso decennale italiano dal 4,87% si è man mano raffreddato fino a toccare un minimo del 4,22% venerdì scorso. In mezzo c’è stata una riacutizzazione il 28 marzo, proprio quando Bersani ha dovuto gettare la spugna ammettendo di non aver trovato una maggioranza con cui formare un governo.
Tuttavia è stato subito dopo, proprio a partire dalla nomina dei 10 saggi varata a fine marzo, che i rendimenti sono tornati a calare decisamente insieme allo spread, giunto venerdì a quota 297 punti. In quell’occasione Napolitano aveva ricordato a tutti gli investitori internazionali come l’Italia avesse un governo in grado di rispondere ai suoi doveri («Il governo Monti è in carica e operativo» disse Napolitano) e questo, riconoscono gli osservatori finanziari, ha permesso al nostro paese di guadagnare tempo in una fase comunque di sospensione. Non a caso il Tesoro nel frattempo è riuscito ad emettere debito con successi insperati. Basti pensare al risultato dell’emissione del quarto BTp Italia, la cui domanda (17 miliardi) ha sfiorato quella record (18) dell’ottobre dello scorso anno, quando però i mercati volavano sulla scia del “faremo di tutto per salvare l’euro” di Mario Draghi.
Certo, Napolitano poco avrebbe potuto se nel frattempo l’intero clima sul debito periferico europeo non fosse man mano migliorato grazie all’improvvisa fame di rendimenti scatenata dalla liquidità immessa dalle banche centrali. La mossa della Banca centrale giapponese, che il 4 aprile ha varato un piano espansivo da 1.400 miliardi di dollari in due anni, ha spinto gli investitori globali a sostituire una parte dei loro investimenti in Giappone, dato il crescente rischio di svalutazione dello yen. L’apprezzamento dei BTp (come dei Bonos e di tutti i titoli dei paesi semi-core europei) è stato insomma il frutto di una caccia allo yield che da settimane ha contagiato un po’ tutti i mercati.
Ma questa corsa, finora frutto di speculazione, e non di autentica scommessa sulle potenzialità di un singolo paese, potrebbe continuare? Una risposta indiretta è arrivata ieri dal direttore generale di Bankitalia, Fabrizio Saccomanni che, incontrando la stampa italiana a Washington al termine degli incontri di primavera dell’Fmi, ha ammesso che, anche se «siamo tutti contenti» che sia «intorno ai 300 punti», «lo spread è ancora troppo alto: dovrebbe essere a 100 considerato quello che ha fatto l’Italia».
Parole che forse potrebbero essere rilette anche alla luce della rielezione di Napolitano. Perchè ora, grazie alla minaccia di uno scioglimento anticipato delle camere, il Capo dello Stato avrebbe tutta la forza per spingere i partiti a modificare la legge elettorale: una mossa, questa, che in caso di ritorno alle urne in tempi rapidi eliminerebbe il rischio più temuto dai mercati, ovvero quello di un Parlamento “appeso”, il cosiddetto “hung parliament”. Napolitano potrebbe anche costringere i partiti a fare quelle riforme urgenti utili sia ad evitare un avvitamento delle condizioni economiche che a garantire una maggiore trasparenza della politica, come indicato nell’agenda dei 10 saggi. I mercati apprezzerebbero. E a beneficiarne potrebbero essere proprio i nostri BTp (e a cascata imprese e famiglie italiane) che, forse, visti i buoni fondamentali dell’economia italiana, potrebbero diventare molto più appetibili di quanto non lo siano ora.

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