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Lo spread cala a quota 310 Deboli tutte le Borse Ue

«Choppy trade». Cioè, in italiano, Borse che vanno un po’ su e un po’ giù per, poi, archiviare la seduta senza grandi variazioni. È quello che è successo ieri ai listini Ue. Partite con buono slancio, le piazze del Vecchio continente hanno rallentato nel pomeriggio. Il saldo finale, per l’appunto, è una performance fiacca. Zurigo (+0,6%) e Londra (+0,43%) le migliori; poi, a seguire, Parigi (+0,09%) e Francoforte (+0,05%). In calo Madrid (-0,14%) mentre Milano è rimasta praticamente invariata (-0,05%). Un andamento, quest’ultimo, a ben vedere un po’ anomalo. Soprattutto, se confrontato con quello dello spread BTp-Bund. Il differenziale tra i due decennali infatti, toccato il minimo intraday di 305 punti base, ha chiuso in calo a quota 310. Una discesa cui, fino a un po’ di tempo fa, avrebbe automaticamente corrisposto la crescita del Ftse Mib. Così, invece, non è stato. La correlazione inversa tra lo spread e Piazza Affari, insomma, non ha funzionato. Al di là del venire meno del sincrono contrario tra i due indicatori, c’è però da rilevare che la riduzione del differenziale non è stata provocata dal sentimento positivo sul BTp. O, perlomeno, non solamente. Il saggio del buono italiano, infatti, è passato dal 4,39% di venerdì scorso al 4,34 di ieri. Vale a dire, la discesa del rendimento è stata contenuta. Al contrario, lo yield del Bund è salito con discreta «forza»: dall’1,21% è cresciuto all’1,24%. Certo, si tratta sempre di rendimenti «inesistenti». E tuttavia, una volta tanto, lo spread si è schiacciato più per la dinamica dell’immarcescibile titolo tedesco che per quella del debole BTp. Una situazione, peraltro, che stupisce maggiormente se si guarda ai numeri della produzione industriale di febbraio in Germania. Il dato pubblicato ieri, infatti, è risultato migliore delle attese (+0,6% rispetto a gennaio). Un fatto che avrebbe dovuto «spingere» gli acquisti sugli asset di Berlino. Il che non è stato. Per quale motivo? Gli esperti, in coro, rispondono che è la conseguenza dell’operatività degli investitori giapponesi. L’ingente liquidità, in arrivo dal Sol Levante, cerca sì sicurezza (Bund) ma anche rendimento (BTp o Bonos). Di conseguenza, da un lato, gli acquisti sui titoli di Stato non seguono più strettamente il meccanismo del «risk on» e del «risk off». E, dall’altro, le correlazioni e sincronismi del passato vengono meno.
A ben vedere, ieri, proprio le strategie degli investitori nipponici sono state chiamate in causa anche per giustificare il rallentamento «pomeridiano» delle Borse Ue. La considerazione, però, non convince. Se così fosse stato, infatti, il cambio euro-dollaro avrebbe dovuto subire qualche scossone. La divisa giapponese, cioè, si sarebbe dovuta apprezzare (almeno un po’). Così non è stato: lo yen ha proseguito la sua discesa. Perché allora il ritracciamento dei listini del vecchio continente? Semplice: Wall Street ha aperto in ribasso. È stato il «tradizionale» sentiment d’Oltreoceano a dettare il ritmo alle danze. Un ballo che da valzer allegro si è trasformato in un adagio molto lento. E non c’è da stupirsi. Proprio ieri è stata inaugurata la stagione delle trimestrali Usa. Una tornata dove le stime sugli utili non sono più così rosee. In gennaio le previsioni indicavano i profitti dell’S&P in rialzo del 4,3%; adesso, invece, si parla di una più contenuta crescita dell’1,6%. Insomma, dopo il dato (negativo) sull’occupazione di venerdì scorso gli investitori a stelle e strisce hanno preferito avviare le contrattazioni, mettendo pressione ai listini. Che, in Europa, hanno così virato al ribasso.

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