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Lo spettro Tether affonda il bitcoin

Uno spettro si aggira nel mondo, di suo già etereo, delle criptovalute. Un fantasma così pauroso da deprimere il prezzo dei bitcoin sotto i 9 mila dollari, la metà dalle vette toccate a dicembre. Questo fantasma si chiama Tether, ed è un’altra moneta digitale. Particolare però, perché a differenza del bitcoin il suo valore è agganciato a quello del dollaro, rapporto uno a uno. Peccato che quel valore, oggi ne circolano per circa 2,2 miliardi, dovrebbe essere garantito da pari riserve in biglietti verdi, finora mai provate. E che a emettere i Tether, ha confermato l’inchiesta sui Paradise Papers, sia una società delle Isole Vergini Britanniche che controlla anche Bitfinex, uno dei più grossi “exchange” globali, le borse online dove le monete virtuali si commerciano con quelle tradizionali. Un colosso da centinaia di miliardi di scambi al giorno, tra i cui fondatori figura anche un imprenditore italiano, Giancarlo Devasini.
Una bella cortina di fumo. E quando si tocca il sacro dollaro, le autorità americane vogliono vederci chiaro. A dicembre, ha rivelato lunedì Bloomberg, l’Autorità Usa su future e derivati ha emesso un mandato di comparizione nei confronti della società. L’ipotesi è che emettendo i suoi Tether convertibili, Bitfinex stia in realtà battendo moneta, di fatto sostituendosi alla Banca centrale. E che nei suoi conti bancari non ci sia l’equivalente in dollari. Dubbi amplificati dal fatto che Tether ha promesso un audit indipendente, affidato ai revisori di Friedman, salvo poi annullare l’incarico senza ulteriori spiegazioni.
I Tether rischiano insomma di rivelarsi carta (digitale) straccia. E se tutti i possessori andassero a reclamare i propri dollari, il crac sarebbe servito, con effetti a catena sul fratello Bitfinex e poi su tutto l’ecosistema delle criptovalute. Secondo molti operatori non è un caso che la flessione dei bitcoin sia iniziata proprio a metà dicembre, cioè quando le ombre su Bitfinex sono diventate impossibili da ignorare. Ma ci sarebbe di più, a giudicare da un anonimo paper pubblicato la scorsa settimana sul web, in un mondo in cui l’anonimato è la regola. Analizzando le fluttuazioni del bitcoin, l’autore sostiene che fino all’80% del suo apprezzamento del 2017 sia legato alle emissioni di nuovi Tether. Come se questa valuta fosse stata usata per manipolare il prezzo del suo più celebre antesignano. Possibile alterare un mercato da 300 miliardi di dollari di capitalizzazione con un valore da appena 2 miliardi? Sì, dice a Repubblica un esperto del settore, chiedendo di restare anonimo, anche perché Bitfinex è uno scambio che permette di operare a leva, moltiplicando la potenza di fuoco delle somme investite.
Così ora, mentre il bitcoin continua a scivolare, sui forum e su Twitter la comunità delle criptomonete, di umore mai tanto nero, si spacca a metà. Tra chi pensa che dopo l’eroica ascesa una flessione del bitcoin sia normale, e che un eventuale collasso di Tether verrebbe ricordato come una delle periodiche, fisiologiche, perfino salutari crisi di crescita delle criptomonete. E chi invece avverte che l’onda d’urto di un fallimento avrebbe effetti dirompenti.
Bitfinex ha minimizzato le indagini come « di routine » , Devasini non parla. Chi con il manager italiano ha lavorato si limita a definirlo «persona smart». Sulla necessità di chiarire, però, in pochi hanno dubbi. Il momento infatti non potrebbe essere più delicato: dagli Stati Uniti all’India (proprio ieri), le autorità annunciano strette sulle criptomonete, Facebook si spinge fino a vietare ogni pubblicità collegata. Il rischio, nel caso la frode fosse provata, è che i regolatori reagiscano con il pugno di ferro. Soffocando, senza troppe distinzioni tra buoni e cattivi, tutto il mondo delle valute virtuali.

Filippo Santelli

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