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Lo spettro di un altro default: Argentina isolata

Premessa per i creditori della Repubblica sudamericana: per adesso stiamo assistendo a un «tango» per niente amichevole ma, in ogni caso, ballato tra argentini e americani. Un botta e risposta giocato sul filo sottile che corre tra legalità e diplomazia. Ma è chiaro che i «bonos» vanno tenuti d’occhio in questi giorni caldi. Per non sapere né leggere né scrivere, anche quelli in euro. 
Ieri il ministro dell’Economia Axel Kicillof ha dichiarato che a causa della sentenza della corte suprema Usa favorevole ai fondi hedge si trova nell’impossibilità di pagare i titoli discount in dollari americani in scadenza il prossimo 30 giugno (224 milioni su un totale in scadenza di 900). Nella sostanza il ministro ha minacciato un mini-default americano. I bond «discount» sono quelli emessi nel 2005 e 2010 per sostituire i vecchi «Tango» bond andati in default nel 2001. Per chi li detiene, dunque, si tratterebbe di un doppio default in poco più di dieci anni, caso mai occorso nella storia dei debiti sovrani. In effetti ieri si sono mossi solo i titoli in dollari, cioè quelli quotati alla Borsa di New York, e non quelli in euro quotati a Londra. Tecnicamente l’Argentina può minacciare il default geolocalizzato grazie al cosiddetto codice «144», l’autorizzazione che la Sec deve dare a qualunque prodotto di risparmio o investimento che coinvolga dei cittadini statunitensi. Lo stesso codice Isin per rilevare i titoli quotati è diverso: negli Usa è Us (in gergo sono detti titoli yankee), per gli altri è Xs, mentre i Bv sono quelli quotati in Olanda (un precedente è rappresentato dal fallimento di Lehman Brothers). In virtù di questa autorizzazione particolare i bond americani viaggiano su un’autostrada parallela dal punto di vista finanziario e legislativo, un privilegio che in questo caso il governo argentino potrebbe usare astutamente a proprio vantaggio per «minacciare» solo gli Usa senza spaventare più di tanto gli altri creditori. Anche se l’efficacia di questa strada è tutta da dimostrare. Probabilmente l’Argentina punta anche a scatenare una reazione dei piccoli risparmiatori Usa che, dopo avere subito il pesante «haircut» del 70% del valore del loro investimento pre-default, non vedrebbero arrivare i propri soldi per guardarli viaggiare verso il portafoglio dei fondi avvoltoio che riceverebbero più di quanto avevano pagato.
Comunque la Borsa di Buenos Aires ieri ha perso il 3%, probabilmente anche per la mancanza di chiarezza nella strategia che il presidente Cristina Fernandez de Kirchner intende perseguire: ieri il capo di gabinetto, Jorge Capitanich, ha detto che nessuno andrà a New York per trattare con i fondi-avvoltoio che avevano acquistato i titoli dopo il default.
Le parole di Capitanich si contrappongono a quelle di uno dei legali dell’Argentina che aveva parlato di una missione e New York la prossima settimana per parlare con gli stessi hedge fund.
Secondo un rapporto pubblicato da Jp Morgan — che ha argomentato quello che pensano in molti — la minaccia di un default potrebbe essere una tattica negoziale dell’Argentina per guadagnare tempo, ritardando l’attuazione degli ordini della giustizia o per mettere i titolari di bond che non hanno accettato il concambio in una posizione più debole.
Ma il problema di fondo è che, nonostante il default del 2001 che aveva permesso all’Argentina di disattendere un debito sovrano monstre di 140 miliardi di dollari, pagandone con la ristrutturazione solo un terzo, il Paese sudamericano è in grossa sofferenza: il ceto medio è stato spazzato via proprio da quella crisi. Molti di loro sono finiti nelle lunghe schiere dei «cartoneros» che vivono ancora oggi a Buenos Aires per strada e non si sono ripresi più. La Kirchner deve contenere un malumore sempre più ampio nella popolazione e questa volta la prova di forza con i nemici yankee potrebbe non essere sufficiente a distrarre le persone. Senza contare che con un default numero due, totale o parziale, l’Argentina non potrebbe chiedere nemmeno più un dollaro bucato sui mercati internazionali.

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