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Lo spettro del debito americano

NEW YORK
È stata la Federal Reserve a rilanciare ieri l’allarme disavanzo americano: esiste, è scritto nei verbali degli incontri di tre settimane fa e rilasciati ieri, il pericolo di «un precipizio fiscale se i legislatori non raggiungeranno un accordo per pianificare il bilancio federale. Una brusca stretta fiscale potrebbe verificarsi all’inizio del 2013, le incertezze potrebbero convincere le aziende a rimandare investimenti e assunzioni».
Un monito severo per un problema gravissimo. Peccato che sia caduto nel vuoto. Prima con dichiarazioni del presidente della Camera John Boehner, poi con la lista delle “cose da fare” presentata ieri dal presidente Barack Obama, infine con un voto del tutto inutile al Senato su «5 inziative per bilancio e crescita», si è confermato che Washington in materia fiscale è paralizzata nel “gridlock”, nell’ingorgo della politica.
Preoccupazione anche per l’Europa. La Fed ha sottolineato che la crisi europea continua a presentare un «significativo rischio per le attività economiche sia americane sia estere». La ricetta in arrivo dall’America chiede di stimolare la crescita attraverso due misure principali: da una parte un drastico taglio della spesa per l’amministrazione pubblica dall’altra l’eliminazione di quel novero di burocrazia, rigidità, lentzze giuridiche che impediscono alle aziende di essere competitive.
In America è stato Boehner che ha alzato il tiro per primo quando ha affermato che i repubblicani «insisteranno sul principio che i tagli di spesa e le riforme debbono portare introiti superiori all’aumento del tetto sul debito». È il solito spauracchio in cui non crede più nessuno: l’America potrà andare in default sul suo debito se non vi saranno adeguati tagli di spesa. È lo spauracchio che ha dominato il dibattito politico l’anno scorso, fino a quando, all’ultimo istante in agosto, non si è riuscito a trovare un accordo per aumentare il tetto sul debito di 2.100 miliardi a fronte di altrettanti tagli concordati da democratici e repubblicani. Poco importa se poi i tagli non sono ancora entrati in vigore e se si è sotto la spada di Damocle di futuri tagli automatici se non entreranno in vigore entro il 2012. L’aumento del tetto è rimasto, ma si esaurirà e andrà autorizzato di nuovo entro la fine dell’anno. Boehner ha anche ribadito che la precondizione repubblicana resta quella del no all’ipotesi di aumenti delle tasse. E ha già anticipato che «per sicurezza» la Camera approverà una legge speciale per non far decadere i tagli di Bush in caso di un mancato accordo.
Il segretario al Tesoro Tim Geithner ha detto che invece vi sono degli strumenti che potranno consentire di superare la scadenza di fine anno e dare più tempo al negoziato. Resta il fatto che il disavanzo americano è ormai superiore al 10% del Pil e che il debito vale il 100% del Pil.

NEW YORK. Dal nostro corrispondente
È stata la Federal Reserve a rilanciare ieri l’allarme disavanzo americano: esiste, è scritto nei verbali degli incontri di tre settimane fa e rilasciati ieri, il pericolo di «un precipizio fiscale se i legislatori non raggiungeranno un accordo per pianificare il bilancio federale. Una brusca stretta fiscale potrebbe verificarsi all’inizio del 2013, le incertezze potrebbero convincere le aziende a rimandare investimenti e assunzioni».
Un monito severo per un problema gravissimo. Peccato che sia caduto nel vuoto. Prima con dichiarazioni del presidente della Camera John Boehner, poi con la lista delle “cose da fare” presentata ieri dal presidente Barack Obama, infine con un voto del tutto inutile al Senato su «5 inziative per bilancio e crescita», si è confermato che Washington in materia fiscale è paralizzata nel “gridlock”, nell’ingorgo della politica.
Preoccupazione anche per l’Europa. La Fed ha sottolineato che la crisi europea continua a presentare un «significativo rischio per le attività economiche sia americane sia estere». La ricetta in arrivo dall’America chiede di stimolare la crescita attraverso due misure principali: da una parte un drastico taglio della spesa per l’amministrazione pubblica dall’altra l’eliminazione di quel novero di burocrazia, rigidità, lentzze giuridiche che impediscono alle aziende di essere competitive.
In America è stato Boehner che ha alzato il tiro per primo quando ha affermato che i repubblicani «insisteranno sul principio che i tagli di spesa e le riforme debbono portare introiti superiori all’aumento del tetto sul debito». È il solito spauracchio in cui non crede più nessuno: l’America potrà andare in default sul suo debito se non vi saranno adeguati tagli di spesa. È lo spauracchio che ha dominato il dibattito politico l’anno scorso, fino a quando, all’ultimo istante in agosto, non si è riuscito a trovare un accordo per aumentare il tetto sul debito di 2.100 miliardi a fronte di altrettanti tagli concordati da democratici e repubblicani. Poco importa se poi i tagli non sono ancora entrati in vigore e se si è sotto la spada di Damocle di futuri tagli automatici se non entreranno in vigore entro il 2012. L’aumento del tetto è rimasto, ma si esaurirà e andrà autorizzato di nuovo entro la fine dell’anno. Boehner ha anche ribadito che la precondizione repubblicana resta quella del no all’ipotesi di aumenti delle tasse. E ha già anticipato che «per sicurezza» la Camera approverà una legge speciale per non far decadere i tagli di Bush in caso di un mancato accordo.
Il segretario al Tesoro Tim Geithner ha detto che invece vi sono degli strumenti che potranno consentire di superare la scadenza di fine anno e dare più tempo al negoziato. Resta il fatto che il disavanzo americano è ormai superiore al 10% del Pil e che il debito vale il 100% del Pil.

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