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Lo smaltimento delle ferie fa i conti con gli arretrati

Entro il prossimo 30 giugno, i datori dovranno far utilizzare ai lavoratori le ultime due settimane di ferie relative al 2012. Si entra poi nel vivo della fruizione delle ferie dell’anno in corso: le prime due settimane del 2014, infatti, devono essere godute inderogabilmente entro il 31 dicembre. È la tabella di marcia che regola i periodi di assenza per ferie dei lavoratori: in base al decreto legislativo 66/2003 (articolo 10), la durata minima delle ferie è di quattro settimane su base annua, ossia 28 giorni di calendario, che non sono monetizzabili, salvo il caso in cui il rapporto sia interrotto repentinamente, come avviene per esempio nel caso di licenziamento o di dimissioni.
Il consenso del datore
Il periodo durante il quale assentarsi, in base a quanto previsto dall’articolo 2019 del Codice civile, è stabilito dal datore di lavoro, che deve tenere conto non solo degli interessi della propria impresa ma anche delle esigenze del lavoratore, e deve darne notizia con un certo anticipo a tutti gli interessati. Non è quindi possibile, salvo che non si tratti di un dirigente apicale, al quale – di regola – è attribuito tale potere, che il lavoratore decida autonomamente quando fare vacanza. Al contrario, un’eventuale richiesta di ferie dovrà sempre ottenere il beneplacito del datore di lavoro o, nelle realtà più strutturate, del proprio superiore gerarchico, pena il fatto che il dipendente – anche disponendo di un considerevole numero di giorni di ferie arretrate – sia considerato assente ingiustificato.
Lo smaltimento
Se il contratto collettivo non dispone diversamente, per la generalità dei lavoratori almeno due delle quattro settimane di ferie dell’anno vanno godute nell’anno di maturazione. Per le ultime due, invece, c’è tempo 18 mesi dalla fine dell’anno di riferimento.
Se sono previsti più di 28 giorni di ferie, quelli in eccesso sono sempre monetizzabili, ossia compensabili in busta paga con l’erogazione dell’indennità sostitutiva, che viene calcolata con riferimento alla normale retribuzione giornaliera.
La mancata fruizione delle ferie nei termini, oltre all’applicazione di una sanzione pecuniaria (di importo variabile da 100 a 4.500 euro a seconda dei casi e del numero di lavoratori coinvolti) comporta l’obbligo del datore di lavoro di versare comunque all’Inps la contribuzione, salvo che il contratto collettivo non abbia previsto un termine più ampio per il godimento.
Dato che si tratta comunque di un diritto del lavoratore e di un obbligo in capo al datore di lavoro, è bene che quest’ultimo si organizzi per tempo, esaminando anzitutto il carico degli “arretrati” per ciascun lavoratore (che vanno smaltiti per primi) e quindi sollecitando tutti i propri collaboratori – inclusi e specialmente quelli eventualmente più restii – a stendere e consegnare un piano ferie che risulti rispettoso delle necessità produttive e adeguato alle esigenze dei singoli.
Una soluzione efficace, almeno in tutti quei casi in cui ciò sia possibile, consiste nel predisporre la chiusura dell’azienda o dello studio professionale collocando in ferie collettive tutto il personale, eventualmente con l’eccezione di una piccola task force dedicata alla manutenzione straordinaria, alle emergenze, al presidio della clientela per l’uscita di merce urgente dal magazzino e così via. Se il datore opta per le ferie collettive, il dipendente non può obiettare che quel periodo non gli è gradito o che lui resterebbe al lavoro: in questo caso, infatti, le esigenze produttive e organizzative prevalgono su tutto e i giorni di chiusura saranno detratti dal conto ferie di ogni lavoratore.

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