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Lo slalom per trovare la giusta età della pensione

di Salvatore Padula e Giuseppe Rodà

Il sistema previdenziale esce profondamente trasformato dalla riforma voluta dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero. Il passaggio immediato al sistema di calcolo contributivo per tutti, l'aumento più rapido dell'età di pensionamento delle donne del settore privato, il superamento – di fatto – delle pensioni di anzianità insieme alla questione dell'uscita con 40 (ora 41 o 42) anni di contributi, sono gli aspetti sui quali, in questi giorni, ci si è maggiormente soffermati. Tuttavia, il decreto legge 201 del 2011, è qualcosa di più che non il contenitore di un pacchetto di singole misure che modificano requisiti e criteri. Da qui esce, infatti, un piano che cambia radicalmente volto al pianeta previdenza.
Il risultato è che dal 2012 il sistema pensionistico si fonderà su due tipologie principali di pensione: la "nuova" pensione di vecchiaia e la pensione anticipata (naturalmente restano anche altre forme: assegni di invalidità, pensioni di inabilità, pensioni ai superstiti e così via). E l'anzianità con le sue quote? Tutto cancellato, come pure le "finestre di uscita", quel meccanismo che costringeva chi aveva raggiunto i requisiti per la pensione a rimanere al lavoro altri 12 o 18 mesi.
Si volta, quindi, pagina. Ma con quali requisiti si potrà andare in pensione dal 2012? Vediamoli, aiutandoci con il "poster delle pensioni" pubblicato in queste due pagine.
Nuova pensione di vecchiaia
È la pensione che si ottiene al raggiungimento di una certa età, avendo però maturato almeno 20 anni di contributi.
Nel 2012, gli uomini (sia dipendenti sia autonomi) dovranno avere 66 anni. In realtà, non c'è alcun aumento rispetto ai 65 oggi previsti, perché comunque c'era l'attesa per la "finestra". Anzi, al contrario, gli autonomi – la cui finestra era di 18 mesi – trovano un'inattesa riduzione di sei mesi.
Anche le donne del settore pubblico dovranno aver raggiunto i 66 anni.
Poi c'è il capitolo delle lavoratrici del settore privato: le dipendenti andranno a 62 anni; le autonome a 62 anni e sei mesi. L'età per le donne "private" continuerà poi a crescere fino ad arrivare a 66 anni nel 2018 (anzi, a 66 più gli incrementi per l'aumento della speranza di vita).
Tutto qui? Non proprio. Per prima cosa, ci saranno vincoli ulteriori per la pensione di vecchiaia di chi ha iniziato l'attività lavorativa dal 1° gennaio 1996. Si tratta dei lavoratori ai quali si applica il sistema di calcolo completamente contributivo: potranno andare con le regole generali della pensione di vecchiaia, ma a condizione di poter far valere almeno 20 anni di anzianità contributiva e con una pensione pari ad almeno 1,5 volte l'assegno sociale Inps. Altrimenti dovranno attendere fino a 70 anni, quando si prescinde dall'importo della pensione, ferma restando un'anzianità contributiva minima di 5 anni.
In ogni caso, uno degli obiettivi della riforma è di uniformare per tutti – uomini, donne, pubblici, privati, autonomi – i requisiti di età per la vecchiaia. Ma l'età sarà tutt'altro che stabile. Al contrario, tutti i requisiti d'accesso a tutte le tipologie di pensione saranno via via adeguati in base agli incrementi della speranza di vita. Il primo adeguamento scatterà nel 2013 e sarà pari a 3 mesi. La legge stabilisce anche che l'età per la nuova pensione di vecchiaia dovrà essere pari almeno a 67 anni dal 2021. Inoltre, dopo i primi due adeguamenti triennali (2013 e 2016), a partire dal 2019 l'adeguamento alla speranza di vita avrà cadenza biennale.
Altra importante novità. I nuovi limiti di età rappresentano l'età minima di pensionamento: i lavoratori potranno scegliere di proseguire l'attività lavorativa fino a 70 anni e avranno diritto al mantenimento del posto di lavoro. Ma perché lavorare di più? Perché grazie ai coefficienti di trasformazione della pensione calcolati fino all'età di 70 anni (e oltre, per via dell'aggancio anche di questo parametro alla speranza di vita) l'importo della pensione crescerà al crescere dell'età del pensionando.
La pensione anticipata
Le vie d'uscita alternative restano davvero poche (con qualche chance in più per i lavoratori ai quali si applica interamente il metodo di calcolo contributivo). Di fatto, l'unica possibilità si chiama pensione anticipata. Dal 2012, per ottenere questo trattamento sarà necessaria un'anzianità contributiva pari a 42 anni e 1 mese, per gli uomini; e 41 anni e 1 mese, per le donne (il requisito crescerà di un mese all'anno, per i due anni 2013 e 2014).
Ma attenzione. Se la pensione è calcolata con il metodo retributivo (anche in parte), sono previste penalizzazioni per chi lascia il lavoro prima dei 62 anni (per le donne dovrebbe essere 61, ma la norma al momento non lo prevede). Così, sulla quota di pensione "retributiva" determinata fino alle anzianità contributive precedenti il 1° gennaio 2012 si applicherà una riduzione del 2% per ogni anno di anticipo rispetto all'età di 62 anni.
Altra particolarità: chi sarà interamente nel sistema contributivo (lavoratori attivi dal 1° gennaio 1996) la pensione anticipata potrà essere conseguita anche all'età di 63 anni, a condizione che siano stati versati almeno 20 anni di contributi effettivi e che l'ammontare mensile della prima rata di pensione non sia inferiore a 2,8 volte l'importo dell'assegno sociale.
Naturalmente, anche tutti questi requisiti anagrafici e contributivi saranno aggiornati in base all'aumento della speranza di vita.
Si può notare che per chi ricade interamente nel metodo contributivo si compie quel percorso più volte indicato dal ministro Fornero sull'uscita flessibile 63-70 anni (che saranno più elevati per l'aumento della speranza di vita): si potrà (pur a determinate condizioni) lasciare il lavoro a partire da 63 anni con la pensione anticipata; si passerà per la tappa della pensione di vecchiaia a 67 anni; si potrà restare a lavoro fino a 70 anni.

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