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Lo sguardo di Draghi per tenere la politica più lontano

di Stefania Tamburello

Non ne parlano volentieri ma in Banca d’Italia le vicende del Banco popolare e della sempre più affollata schiera di pretendenti sono seguite da vicino. In tutti i profili operativi, organizzativi e regolamentari. Del resto ci sono tutti gli ingredienti per farne un caso quasi da manuale per le nuove direttive in materia di governance , introdotte dal governatore Mario Draghi. Ma anche per il ruolo delle Fondazioni azioniste bancarie, chiamate a nuove responsabilità, e nuovi sforzi, dall’accordo di Basilea3, e per la riforma delle Popolari evocata a più riprese dal governatore e dagli altri componenti del Direttorio. C’è da dire che da quando Draghi si è insediato a Palazzo Koch l’indicazione delle cose da fare ha mantenuto la stessa direzione sia pure articolandosi, via via, con nuovi profili. Alle iniziali sollecitazioni per una riforma legislativa delle banche cooperative, per esempio, si sono affiancate richieste di autoregolamentazione statutaria, rivolte soprattutto alle più grandi, alle quotate, sempre più pressanti da parte della Vigilanza. E non bisogna dimenticare l’importante postilla, aggiunta da Draghi a metà strada, che bene si adatta alle vicende della banca scaligera così come a quelle della Popolare di Milano: il no deciso all’intromissione della politica nella gestione degli istituti di credito. Sia che riguardi le Fondazioni sia che riguardi le banche cooperative. Draghi è stato netto al riguardo. Alla giornata mondiale del risparmio, nell’ottobre scorso, il suo richiamo è stato puntuale: le Fondazioni «devono comprendere che non possono sacrificare le prospettive delle loro banche, delle economie che esse servono, al desiderio di ritorni monetari immediati, peraltro oggi più difficili da ottenere» . E poi soprattutto bisogna capire che «siamo usciti, con grande e consapevole sforzo, vent’anni fa» dalle logiche dei rapporti fra gruppi economici locali, banche pubbliche e politica. «Nessuno vuole tornare indietro» . In ogni caso Bankitalia la pensa un po’ come Giuseppe Guzzetti, presidente della Cariplo e dell’Acri: le Fondazioni, dicono a Palazzo Koch, sono elemento di stabilità e indipendenza quando svolgono il loro ruolo. Senza fare confusioni o «pasticci» come dice Guzzetti. Draghi potrebbe comunque tornare sui temi messi in luce dalle manovre sulla Popolare di Verona in occasione del prossimo intervento all’assemblea del Forex che si svolgerà proprio nella città dell’Arena dal 25 al 27 febbraio. Un anno fa in quella occasione il governatore rivolse un fermo richiamo alle banche cooperative per le quali, aveva detto, «si è puntato a un equilibrio tra la necessità di assicurare la stabilità degli assetti di governo approvati dalle assemblee e quella di evitare il rischio di un’eccessiva autoreferenzialità del management» . Cosa che ha portato la Vigilanza a chiedere di inserire negli statuti sistemi che garantiscano la rappresentanza dei soci di minoranza, come l’utilizzo anche per costoro del voto di lista per la nomina di amministratori e di sindaci. Il pressing della Vigilanza ha dato i suoi risultati. L’insoddisfazione dello scorso anno per gli esiti dell’autoregolamentazione, a quel che è dato di sapere, è stata colmata. La Banca d’Italia certo continua a ritenere auspicabile una riforma di ampio respiro che riveda per esempio i limiti alle partecipazioni azionarie per le più grandi, ma non suggerisce la revisione del modello cooperativo né del voto capitario. Fra Bankitalia e Popolari, insomma, è tornata l’intesa.

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