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Lo scudo batte il redditometro

Lo scudo fiscale sana tutti i maggiori imponibili contestati dall’amministrazione a prescindere dal tipo di accertamento praticato dall’ufficio. Quindi le violazioni da redditometro non possono essere contestate al contribuente che ha aderito al rimpatrio o alla regolarizzazione delle disponibilità estere.
È questa l’interpretazione che sta emergendo nelle prime pronunce di merito che affrontano il delicato rapporto tra redditometro e scudo fiscale. Infatti, dopo la sentenza della Commissione tributaria regionale di Trieste (76/01/012, si veda «Il Sole 24 Ore» del 19 luglio scorso) vi è da registrare anche la presa di posizione della Commissione provinciale di Rimini (sentenza 155/12) che, peraltro, conferma una precedente pronuncia di analogo tenore (sentenza 237/11).
I termini della questione
In base all’articolo 13 bis del decreto legge 78/2009 (lo «Scudo fiscale ter») i contribuenti che si avvalevano del rimpatrio o della regolarizzazione di attività finanziarie e disponibilità estere detenute irregolarmente, mediante il pagamento di una somma, potevano beneficiare di determinati effetti e, in particolare:
a) preclusione nei confronti del dichiarante di ogni accertamento tributario e contributivo per i periodi d’imposta per i quali non è ancora decorso il termine per l’azione di accertamento alla data di entrata in vigore del decreto, limitatamente agli imponibili rappresentati dalle somme o dalle altre attività costituite all’estero e oggetto di rimpatrio;
b) estinzione delle sanzioni amministrative, tributarie e previdenziali e quelle relative al monitoraggio fiscale, relativamente alle disponibilità delle attività finanziarie non dichiarate.
La posizione delle Entrate
Secondo la circolare 43/E del 2009 «gli accertamenti sono preclusi anche con riferimento a tributi diversi dalle imposte sui redditi, sempreché si tratti di accertamenti relativi a “imponibili” che siano riferibili alle attività oggetto di emersione. A tal fine si precisa che la preclusione opera automaticamente, senza necessità di prova specifica da parte del contribuente, in tutti i casi in cui sia possibile, anche astrattamente, ricondurre gli imponibili accertati alle somme o alle attività costituite all’estero oggetto di rimpatrio. Conseguentemente, l’effetto preclusivo dell’accertamento può essere opposto, ad esempio, in presenza di contestazioni basate su ricavi e compensi occultati. Si evidenzia che l’effetto preclusivo dell’accertamento, tenuto conto delle finalità generali del provvedimento, può altresì essere opposto anche nei confronti di accertamenti di tipo “sintetico”».
Alla luce di questi chiarimenti si era posta, da subito, la questione se nella “sanatoria” potesse rientrarvi qualsivoglia maggiore imponibile accertato nei confronti del contribuente che aveva aderito allo scudo, ovvero soltanto quelli, come precisava la stessa amministrazione, astrattamente riconducibili alle violazioni sanate e, più precisamente, i maggiori imponibili riconducibili in qualche modo all’esportazione ovvero alla costituzione di disponibilità all’estero.
Soprattutto negli accertamenti sintetici e, segnatamente, nel redditometro, eventuali maggiori imponibili non sono sovente astrattamente riconducibili alla violazione estera, soprattutto se riguardano l’acquisto di beni e la disponibilità di somme detenute in Italia e non all’estero. Da qui la tesi degli uffici di non poter sanare queste violazioni con lo scudo.
La giurisprudenza di merito
Le prime pronunce (Ctp Pordenone 41/5/11, Ctp Rimini, Ctr Trieste) hanno invece ritenuto che la regolarizzazione e/o il rimpatrio sanano qualunque maggiore imponibile in quanto la norma non pone alcun tipo di limitazione, né questa preclusione può essere introdotta con una circolare dell’amministrazione.

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