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Lo scossone in Borsa, un tonfo del 15% Manley: Fca resterà forte e indipendente

Si sente, quanto gli costi fatica controllare le emozioni. Tra un momento Mike Manley farà quel che deve fare: presentare i conti, e se stesso, alla comunità finanziaria internazionale. Sarebbe stato difficilissimo comunque. È peggio. Poche ore prima la notizia della scomparsa di Sergio Marchionne, «un uomo unico e speciale», a lui ha «straziato il cuore». Ci vorrà pochissimo, giusto il minuto di silenzio chiesto dal nuovo amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles, a rendersi conto che dall’altra parte della diretta webcast lo choc non è diverso.

Pare tutto irreale. Come Manley, anche gli analisti sono lì perché devono, la conference call va fatta. Molte voci però si rompono, ricordando il leader che fino a due settimane fa pensavano di ritrovare qui, ora, e invece è appena morto, e tutti vorrebbero essere ovunque fuorché a quest’incontro. È evidente dalle domande. Forzate, stanche. Ammettono il turbamento, i signori che per mestiere decidono se una società va premiata oppure e no, ma la freddezza la mantengono solo nella valutazione dei numeri che Fiat Chrysler ha già comunicato. Lì decretano la bocciatura, senza riguardi, com’è giusto che sia: i debiti finalmente azzerati non compensano il calo degli utili rispetto al secondo trimestre 2017 e, soprattutto, la revisione al ribasso degli obiettivi fissati per il 2018.

È perciò che, in Borsa, il calo seguito alla notizia da Zurigo si amplifica pesantemente, di colpo: Fca va giù e ancora giù, sia a Milano sia a New York, con punte di «rosso» che toccano anche il 15%. Intanto però qui, in conference call, magari se lo chiedono, come Marchionne avrebbe motivato le performance di quella che resterà la sua ultima semestrale, e se anche lui avrebbe abbassato i target. Sì, li anticipa Manley, «Sergio aveva detto pubblicamente che il secondo trimestre sarebbe stato duro, sono certo fosse consapevole della necessità di rivedere la guidance. Il 2018 sarà comunque un anno molto forte per Fca e confermiamo gli obiettivi del piano al 2022. Sono fattibili e ragionevoli». E a questo punto, non c’è chi se la senta di insistere. Capita anzi una cosa mai vista, in una call. L’analista (un inglese) cui tocca il turno successivo è quasi in lacrime: «Scusatemi, non ho domande. Voglio solo dire che Sergio mancherà anche a noi».

Potere di un carisma celebrato, ieri, nel mondo. Può essere, è un peso in più per chi ne raccoglie l’eredità. Di Manley dicono tutti, nel circuito, che sia l’uomo giusto. Il dramma che in meno di un mese ha portato via Marchionne lo lascia solo ad affrontare il passaggio, ma se oggi «il mio cuore è straziato» è anche perché «ho trascorso nove anni parlando con Sergio ogni giorno».

È il segno della continuità. Gli chiedono, per esempio, che cosa pensi lui della Grande Alleanza che «The Big Boss» aveva a lungo inseguito. «Sergio ci ha insegnato a essere flessibili. Lo siamo e lo saremo, perché le cose cambiano continuamente, e dunque la porta delle collaborazioni resta aperta. Ma il mio mandato è portare a successo il piano al 2022. Le condizioni perché Fca continui a essere forte mantenendo la propria indipendenza ci sono, tutte». Come ripeteva Marchionne.

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