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Lo scorporo vale da 3 a 14 miliardi

ROMA.
Un colosso che fa gola a molti ma che non ha ancora deciso su quale binario correre. Con quasi 17mila chilometri di rete, 69mila dipendenti e un fatturato non lontano dai 9 miliardi di euro nel 2014, le Ferrovie dello Stato Italiane nel corso del 2016 faranno progressivamente il loro ingresso sul mercato azionario.
Nei giorni scorsi il governo ha acceso il motore della privatizzazione annunciando che il 40% del gruppo verrà ceduto agli investitori e agli stessi ferrovieri che ne faranno richiesta.
Quel che ancora non è chiaro è a cosa ci si riferisca quando si parla del “40% di Ferrovie”. Gli effetti infatti sono molto differenti se all’interno di questo pacchetto che presto sarà ceduto ai privati, ci si piazzino prodotti di rango come Rfi e la sua rete, Trenitalia e le Frecce, gli immobili, le aree limitrofe alle stazioni, i macchinari. O se, in alternativa, se si opterà per una quotazione più leggera. Nella prima ipotesi – mai ufficializzata dal Tesoro – il valore complessivo del giocattolo “treni italiani” si avvicina ai 35 miliardi di euro. Il 40% di questa somma una volta piazzate sul mercato le azioni, varrebbe circa 14 miliardi di euro. Un sogno per il ministero dell’Economia, un incubo per i passeggeri costretti a fare i conti con una privatizzazione molto spinta e dagli esiti incerti se non accompagnata da regole nitide e impegni per tutelare il trasporto ferroviario locale e regionale. Infatti a quel punto sarebbe affidato al buon cuore degli Enti locali e alle sovvenzioni sempre più risicate dello Stato. Se la rete verrà invece, come pare, scorporata dalla parte a mercato lasciando ai possibili acquirenti in Borsa solo la polpa di Trenitalia (e quindi i Frecciarossa, Frecciargento, Frecciabianca), si potrà forse avviare un percorso di indipendenza e di accesso più facile per gli altri operatori che volessero entrare nel business ferroviario.
Ma anche in questo caso le lezioni del recente passato insegnano che i privati – almeno sull’alta velocità – ci hanno già provato scottandosi le dita (Ntv è da tempo in debito di ossigeno) mentre sul fronte dei treni regionali si intravedono molti rischi d’impresa e pochi profitti. Le alternative oggi potrebbero prevedere oltre alle due ipotesi sul tavolo anche uno schema di cessione ai privati di lotti o macrolotti di trasporto locale, sulla falsariga della Gran Bretagna o della Germania. Dove però, i costi sostenuti dai pendolari sono superiori a quelli pagati dagli utenti italiani. La strada che il governo sta cercando di tracciare è quindi accidentata. Insomma, le possibili soluzioni sono sostanzialmente due: privatizzazione del 40% con Rfi e Trenitalia per la parte più pregiata, comprensiva di mezzi e immobili. Una scelta che potrebbe portare in cassa fino a 10-14 miliardi. Poi l’alternativa morbida: privatizzazione delle Frecce ed esclusione di Rfi: 8 miliardi totali che al 40% corrispondono a 3 miliardi.
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