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Lo scontro (miliardario) fra Europa e Usa

Le indagini della Commissione europea contro Google sfociate in accuse antitrust sono durate cinque anni. Ma il braccio di ferro tra la Ue e la Corporate America con le sue avanguardie tecnologiche è ancor più antico e radicato, una saga scandita da multe e ingiunzioni che ha accompagnato l’evoluzione dei mercati globali e l’innovazione. Negli ultimi dieci anni da Bruxelles sono partite sanzioni multimiliardarie, oltre tre miliardi contro le sole Microsoft e Intel, le due più note. Molti altri miliardi vengono minacciati, sei solo nell’assalto a Google, in battaglie su abusi di posizione dominante come su tasse eluse con acrobazie contabili, né sono mancate fusioni bocciate per decine di miliardi. Senza contare le ripercussioni di riforme chieste alle pratiche aziendali, a cominciare dalla privacy.
L’escalation era cominciata proprio con Microsoft, finora il più influente se non il più caro scontro “bilaterale” consumatosi tra il 1993 e il 2004, quando Commissario alla concorrenza era Mario Monti. Il j’accuse al gruppo di Bill Gates? Aver imposto i suoi software. La conclusione? Una sanzione da quasi 800 milioni di dollari, saliti a due miliardi al termine di tutti i contenziosi. Da allora gli scontri si sono ripetuti fino al più recente diritto e essere dimenticati dal Web, da ricerche e link sull’autostrada elettronica, che ha avuto protagonista la stessa Google, scesa a patti con le nuove normative europee sui diritti digitali dei cittadini.
Le difficili relazioni hanno però coinvolto un ventaglio sempre più rappresentativo di marchi, storici e nuovi. Ibm è finita nel mirino di inchieste per monopolio nei computer mainframe. E Intel fu multata per oltre 1,4 miliardi – sanzione antitrust record contro un singola azienda, annunciata nel 2009 anche se finalizzata nel 2014 in appello – per avere pagato in passato produttori di Pc affinché usassero i suoi processori X86. Nel 2001 la Ge dovette incassare il «no» all’acquisizione da 42 miliardi di Honeywell, la prima fusione tra due aziende americane mai respinta dalla Ue che la giudicò nociva al settore aerospaziale.
Più di recente Amazon, regina del commercio elettronico, assieme ad Apple è nella bufera per sospette irregolarità fiscali. Contro il gruppo è scattata in ottobre un’indagine formale sui suoi accordi con il Lussemburgo, dove ha domicilio. Per i successori di Steve Jobs la polemica riguarda “sussidi” statali nascosti ottenuti in Irlanda. Qualora colpevoli, le aziende saranno tenute a risarcire ingenti imposte non pagate. Da mesi, inoltre, si trascina lo scontro sulla startup Uber, al centro di diffuse proteste per l’avvento internazionale dei suoi servizi alternativi ai taxi.
La saga è certo riflesso del vantaggio competitivo, dell’agilità e dell’aggressività rivendicati oggi da numerose società statunitensi. Come anche di diverse sensibilità e culture di business, spesso meno regolamentata quella americana, e di un carente coordinamento transatlantico tra sospetti reciproci di eccessi protezionisti da una parte e scarse garanzie dall’altra. Davanti all’incalzare delle dispute, però, oggi la posta in gioco è diventata sempre più alta e delicata: è in atto una nuova espansione delle attività dei giganti statunitensi nel Vecchio continente, che ha destato tra le authority anche timori per il futuro dell’hi-tech europeo. Sia Google che Apple sono reduci da decisioni di aprire vasti Data Center oltreatlantico; Uber e il leader dei social network Facebook hanno inaugurato centri di ingegneria informatica.
Le aziende statunitensi al momento non arretrano davanti alle strette, hanno anzi in programma un crescente ruolo in Europa come parte delle strategie globali. Google difende a spada tratta con compagne e comunicati il ruolo di volano di crescita, non di assassino della concorrenza, che svolge per le economie locali dove arriva. «Forse siamo il motore di ricerca più usato – ha fatto sapere ieri nel suo blog -. Ma il pubblico oggi può trovare informazioni e accedervi in tanti modi e le accuse di danni a consumatori e rivali sono chiaramente errate».
La controffensiva ha portato di recente anche ad un viaggio dell’ad di Apple Tim Cook in Germania, in visita a Seele, fornitore di vetrate per i suoi negozi. E l’azienda aggiorna continuamente le stime dei dipendenti nel Vecchio continente: 18.300, con 11.800 in 107 negozi, e dal 2008 un totale di 671.000 posti di lavoro direttamente o indirettamente legati al gruppo compresi 530.000 sviluppatori di Apps. Amazon ha 32.000 dipendenti in Europa, un centro dati a Francoforte, tre “magazzini” in Polonia e una nuova torre di 15 piani a Londra. In Gran Bretagna fa ricerca sui droni, scommessa per il futuro delle consegne. Facebook ha uffici in dieci grandi città, da Londra a Amburgo, e vanta di sostenere 783.000 posti di lavoro e 51 miliardi di attività economica. Se il futuro riservi altre dure battaglie o una miglior armonizzazione transatlantica resta adesso l’interrogativo in cerca di risposta.

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