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Lo schiaffo di Atene alle regole dell’Europa

E’ stata un’altra giornata del No, per la Grecia. Ed è un No che va al di là delle previsioni, supera le attese degli ultimi giorni. Con oltre il 60% dei voti, a scrutinio ancora in corso, Atene ha respinto il memorandum d’intesa che i Paesi creditori avevano messo sul tavolo di Bruxelles dieci giorni fa. E poco cambia se quell’accordo nel frattempo era stato ritoccato, poi modificato, alle fine pure ritirato. 
Quello che arriva da Atene non è solo un No all’austerità. E’ un urlo che sale dalla pancia del Paese, quella che ieri sera si è ritrovata in Piazza Syntagma e piazza Klafthmonos, per celebrare una giornata vissuta come una liberazione, come una festa dell’orgoglio nazionale. E’ una risposta che supera il quesito stampato sulle schede infilate ieri nelle urne di plastica trasparente. In alcuni casi è un No all’Europa, o almeno a questa Europa a trazione tedesca. In altri casi è un No all’euro, anche se il ritorno alla dracma è solo un punto interrogativo.
L’affluenza è rimasta al di sotto delle attese, intorno al 65%. Comunque oltre il quorum necessario per rendere valido il voto, fissato al 40%. I sostenitori del Sì erano pronti ad accusare il governo per non aver consentito di votare ai greci residenti all’estero, probabilmente più orientati verso il Sì. Ma il distacco finale rende debole anche questo argomento.
Gli exit poll diffusi subito dopo la chiusura delle urne – alle 19 ora locale, le 18 in Italia – davano il No in vantaggio ma con un margine ridotto. E i sondaggi diffusi negli ultimi giorni davano le due posizioni ancora più vicine, indicando in alcuni casi il Sì in vantaggio. Pure qui sbagliano, evidentemente. Persino i sondaggi riservati di Syriza, il partito di governo, davano il No in vantaggio con un distacco ridotto, 4 o 5 punti.
Ma il primo ministro Alexis Tsipras se lo sentiva che sarebbe andata così: «Oggi è un giorno di festa, perché la democrazia è una festa» aveva detto dopo aver votato nel quartiere popolare di Kypseli. «La Grecia — dice in serata in diretta tv — da domani vuole sedersi di nuovo al tavolo delle trattative: vogliamo continuarle con un programma reale di riforme ma con giustizia sociale». E poi aggiunge: «Dobbiamo riarticolare la questione del debito, non solo per la Grecia ma anche per l’Europa». «Oggi il popolo greco — ha concluso — non ha risposto se dobbiamo rimanere dentro o fuori dall’euro, e questa domanda è fuori dalla discussione, ma il popolo greco ha detto che vuole un’Europa di solidarietà e democrazia».
A sera parla il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis: «Volevano umi liarci per la nostra resistenza – dice davanti alle telecamere in maglietta grigia – ma adesso l’Europa inizia a guarire le sue ferite, le nostre ferite». E ancora: «Con questo coraggioso “No” che il popolo ci ha dato, non tenendo conto della paura e dello stato di terrore che è stato creato, tenderemo una mano per collaborare con i nostri compagni e chiameremo ognuno di loro a cercare di trovare un luogo comune». Secondo Varoufakis, il No di ieri è un «grande Sì alla democrazia, un No all’eurozona intesa come bunker blindato ma Sì a un’Europa di benessere e speranze future per tutti».
Il risultato di ieri rafforza il governo di Syriza. Sia Tsipras che Varoufakis avevano detto che in caso di vittoria del Sì si sarebbero dimessi. Si indebolisce ancora di più, invece, il principale partito dell’opposizione, Nuova democrazia: le dimissioni del segretario ed ex premier Antonis Samaras vengono chieste direttamente dalla vice, Dora Bakoyannis, ex sindaco di Atene che si è candidata direttamente a sostituirlo. Samaras fa il passo indietro quando manca ormai poco alla mezzanotte.
Tutto questo, però, non risolve i problemi di un Paese che dal 2009 ad oggi ha visto scendere gli stipendi del 37% e le pensioni del 48%.
Anche se adesso l’urgenza è un’altra. Le banche greche, che sono rimaste chiuse per tutta la settimana e hanno razionato i prelievi al bancomat per le misure sul controllo dei capitali, potrebbero presto esaurire le scorte di liquidità. A meno che la Banca centrale europea non metta a disposizione linee di credito di emergenza .

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