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Lo scenario Fca, in attesa dello sbarco dell’Alfa verso gli Usa 100 mila auto «italiane»

NEW YORK – Stile, tecnologia, velocità: con la Ferrari Sergio Marchionne e John Elkann portano a Wall Street la quintessenza dell’italianità. Il capo di Fca lo fa da uomo d’affari, non da ambasciatore della Penisola, certo, ma i proventi della quotazione, oltre a rendere più ricchi gli azionisti, servono a finanziare il piano d’investimenti di Fiat-Chrysler che, in questo periodo, significa essenzialmente rilancio dell’Alfa Romeo e dei suoi stabilimenti italiani. Oggi il gruppo, risanato, guadagna in America con Jeep e i «pick up» Ram, ma l’immagine di Fiat-Chrysler negli Usa è affidata soprattutto alle pubblicità della Cinquecento X, quella che ha preso il Viagra, alla «Renegade», la Jeep «made in Melfi», e alla Papamobile di Francesco, la 500L con la quale il Pontefice è andato i giro a Washington, New York e Filadelfia. E, in attesa dello sbarco dell’Alfa Oltreoceano, c’è Maserati che ha triplicato le vendite.
C’era una volta un arcigno manager d’esportazione, agli occhi di molti un americano assai più che di un italiano, che sembrava considerare quella del rilancio della nostra industria manifatturiera una causa persa. Ma, a guardarla oggi, quella di Marchionne sembra tutta un’altra storia. Cosa è accaduto per provocare un cambiamento così netto? Sono bastati il «Jobs act» e la fiducia in Renzi? Evidentemente no, sono emerse altre convenienze: mentre l’Europa, data prematuramente per morta, è risorta, il Brasile, divenuto il principale polo produttivo e il principale mercato della Fiat, ha subito un vero e proprio infarto economico. Mentre gli attesissimi investimenti in Cina devono ancora decollare (è appena partito il piano Jeep).
La strategia del capo di Fca ha funzionato: prima prendere il controllo dell’intera Chrysler, poi integrare le produzioni aprendo il mercato Usa ai veicoli prodotti in Italia. Dall’inizio dell’anno Fiat-Chrysler ne ha già imbarcati 100 mila su navi dirette Oltreoceano. Le cose oggi vanno meglio, ma torneranno i momenti difficili per tutti in un mercato sempre più competitivo per le vetture «low cost» e destinato a grandi trasformazioni con l’arrivo di nuovi attori come Apple e Google e dell’auto senza guidatore.
E’ per questo che il significato italiano dell’evento di ieri va oltre i tricolori e le bandiere gialle col Cavallino sulla facciata dello Stock Exchange, oltre la marea di cappellini e giubbotti rosso Maranello sul «floor» della Borsa di Wall Street sotto il balconcino dal quale Elkann e Marchionne hanno dato il via alle contrattazioni Ferrari (mancavano solo i piloti e le «magnum» di «champagne» usate come idranti). Si apre una nuova fase nella quale bisogna puntare sempre più sul segmento «premium» che va conquistato con la tecnologia e un «design» e una qualità esclusivi: quelli italiani. A cominciare dalla scommessa audace e difficile del rilancio Alfa. Bisogna, poi, sviluppare nuovi asset non strettamente automobilistici (Ferrari piattaforma del lusso anche al di là dei motori). E bisogna rimettersi subito alla ricerca del gruppo internazionale col quale integrarsi.
Se General Motors, definita anche ieri dal leader del gruppo il partner ideale, resterà sulla linea del «gran rifiuto», Marchionne guarderà altrove. Forse in Cina, dove la qualità italiana è molto apprezzata. Gli scenari sono in movimento e l’improvvisa crisi di Volkswagen cambia le dinamiche e crea nuove possibilità. In tutto questo gli Usa rimangono centrali, ma il manager italo-canadese, che ama lodare chi lavora sodo e tiene i piedi ben piantati per terra, forse sta rivedendo qualche giudizio davanti all’arroganza di un gruppo come GM che era andato anch’esso in bancarotta e che ha ancora molti problemi. E anche davanti agli operai Chrysler che hanno respinto un accordo sindacale e non hanno fatto salti di gioia nemmeno per quello, molto più generoso, appena rinegoziato.

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