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Lo scandalo dati affonda Facebook

Facebook è nella bufera, in Europa e negli Stati Uniti, accusata di protezione gravemente inadeguata dei dati e lesione dei diritti degli utenti: il titolo del gruppo ha bruciato ieri oltre il 7%, il massimo da più di due mesi, dopo che dal mondo della politica e delle associazioni di difesa della privacy del Vecchio e Nuovo continente si sono moltiplicate le richieste ai vertici del social network di rendere conto di un nuovo scandalo. Richieste scaturite da un’indagine del New York Times, che ha svelato come la controversa società di consulenza e pubblicità politica con radici britanniche Cambridge Analityca si è impadronita, ha conservato segretamente e utilizzato abusivamente informazioni catturate da oltre 50 milioni di «amici» di Facebook nell’aiutare Donald Trump a vincere la presidenza. In discussione, da Londra a Washington, è la necessità di rafforzamenti nella supervisione e nei poteri delle authority sulla privacy.
Parlamentari statunitensi hanno invocato immediate audizioni al Senato, che convochino il chief executive Mark Zuckerberg, denunciando un vero e drammatico «data breach», un’aperta violazione. Facebook ha negato simili caratterizzazioni ma ha ammesso la dinamica del caso: un professore universitario, Alexandr Kogan, aveva utilizzato una speciale App sul social network per invitare gli utenti a completare un test di personalità presentato nelle vesti di ricerca accademica. Solo 270.000 dei 50 milioni di persone che hanno visto informazioni private saccheggiate avevano però autorizzato l’accesso; i restanti sono caduti vittima delle maglie di un’operazione oscura attraverso le connessioni di amicizia del network. In realtà i dati erano infatti raccolti non a scopo accademico ma per la Cambridge Analytica, che aveva promesso alla campagna Trump analisi senza pari dei profili degli elettori in modo da facilitare il preciso targeting di sforzi pubblicitari e politici. Cambridge, creata dalla londinese SCL nel 2013 per intervenire anzitutto nel grande mercato delle urne statunitensi, ha ricevuto ingenti donazioni da uno dei grandi finanziatori di Trump e degli ultra-conservatori dell’Alt-Right, Robert Mercer.
La società, ha rivelato il Times, si era trovata in un’impasse: validità e trasparenza di metodi e tecnologie era sotto assedio e per farle valere in America soffriva soprattutto di una grave lacuna. Non disponeva di sufficienti dati da elaborare. L’operazione Facebook risolse quel problema. Facebook avrebbe scoperto inizialmente lei stessa le violazioni nel 2015, «espellendo» il docente dal network e chiedendo all’azienda di certificare che i dati erano stati distrutti. Venerdì, colpita dallo scoop del Times, ha tuttavia fatto sapere che Cambridge non aveva affatto cancellato le informazioni sottratte a utenti inconsapevoli e ha sospeso l’azienda.
Per Facebook è l’ultimo di una serie di colpi alla reputazione quando si tratta di sicurezza e trasparenza. Il social network aveva già riconosciuto come, durante le elezioni del 2016, fosse stato manipolato da agenti della Russia, che avevano infiltrato piattaforme Internet statunitensi con l’obiettivo di screditare il processo democratico, seminare tensioni sociali e aiutare la corsa di Trump alla Casa Bianca, visto come candidato più vicino a Mosca della democratica Hillary Clinton.
Facebook è nel mirino per colpevole lentezza nel rispondere ai timori sulla privacy e non interferire con l’espansione d’un business che ormai conta su 2,2 miliardi di utenti mensili attivi. Ha nel recente passato intensificato sforzi di controllo, vietando ad esempio a sviluppatori l’accesso a dati sulle reti di «amici». Ma il nuovo scandalo, la sua gestione e la reticenza, intensificano le polemiche e la domanda di più drastici cambiamenti, tenendo sulle spine il pubblico come gli investitori.

Marco Valsania

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