Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Lo Stato salva Mps, ristoro «pieno» per il retail

Il fondo da 20 miliardi di indebitamento aggiuntivo autorizzato mercoledì dal Parlamento sarà utilizzato per le ricapitalizzazioni precauzionali e per le garanzie sulla liquidità per le banche che lo chiederanno. La prima richiesta arriva ovviamente da Monte dei Paschi, che dopo aver alzato bandiera bianca sull’aumento di capitale di mercato andrà incontro alla conversione forzata dei titoli subordinati. I piccoli investitori, in particolare i 40mila circa che hanno acquistato l’Upper Tier II del 2008, si vedranno però indirizzare un rimborso pari al valore in cui hanno in carico il titolo.
Sono questi i contenuti chiave del decreto salva-banche approvato dal consiglio dei ministri convocato ieri sera, dopo che alle 21 della sera il Monte ha comunicato che il tentativo privato si era chiuso senza successo.
Negli stessi minuti, al ministero dell’Economia si stava lavorando al testo del decreto da varare a stretto giro, in una riunione che però è iniziata solo alle soglie di Mezzanotte.
A dare benzina al decreto salva-banche bis, che attiva meccanismi «concordati con le autorità europee» come spiegato dal premier Paolo Gentiloni nella conferenza stampa dopo la riunione del consiglio dei ministri, sono i 20 miliardi di indebitamento aggiuntivo una tantum autorizzati mercoledì dal Parlamento. Per il Monte ne sarà utilizzata solo una quota, che servirà a permettere al Tesoro di fare quel che non ha fatto il mercato: la cessione dei crediti deteriorati del Monte e il conseguente aumento di capitale per risalire sopra la soglia chiesta dalla vigilanza della Bce. Questo, però, arriverà in una fase successiva, dopo la riscrittura del piano industriale di Rocca Salimbeni.
Il tentativo di mercato viene azzerato, e i bond subordinati sono restituiti ai titolari che avevano aderito all’offerta per la conversione volontaria. Il loro destino diventa quello della conversione forzata, e scatta quindi il burden sharing a carico degli obbligazionisti, che nel caso di Siena sono divisi quasi equamente in due famiglie. Quella degli investitori istituzionali, titolare di poco più di 2 miliardi di questi bond senesi, dovranno subire integralmente la perdita; per i circa 40mila piccoli investitori, che hanno in portafoglio un’altra fetta di titoli più o meno equivalente alla prima, lo Stato metterà in campo invece un meccanismo di rimborsi che dopo la conversione in azioni darà ai piccoli investitori «un’obbligazione ordinaria del medesimo valore» rispetto a quello degli attuali bond subordinati, come spiegato in conferenza stampa dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. La prospettiva del rimborso pieno, che è stata al centro di un lungo confronto con l’Unione europea, si basa sul presupposto che in tutti questi casi la vendita sia stata caratterizzata dal misselling, cioè sia stata portata avanti senza considerare il profilo di rischio del risparmiatore e senza dargli un’informazione adeguata. È questo, del resto, la condizione posta come indispensabile dalla direttiva Ue sul sistema bancario per attivare i rimborsi.
Questo tipo di burden sharing è comunque il prezzo pagato alle regole Ue fissate dalla direttiva Ue, che in alternativa avrebbe portato alla risoluzione della banca più antica del mondo presentando il conto anche ai titolari di depositi sopra i 100mila euro e ai possessori di bond senior, che invece restano al sicuro.
La rete pubblica rappresenta la premessa per la ricapitalizzazione precauzionale del Monte, che arriverà successivamente. Per far partire il meccanismo, come spiega l’articolo 32 della direttiva, l’intervento statale deve «prevenire» il rischio di «grave perturbazione» che arriverebbe all’economia in caso di risoluzione di una banca come il Monte e deve essere «temporaneo» (si veda Il Sole 24 Ore del 14 dicembre). Il Tesoro, quindi, prenderà le redini di Rocca Salimbeni per un periodo limitato, durante il quale via XX Settembre dovrà gestire la cessione delle sofferenze e il piano industriale chiamato a far tornare sul mercato un Monte reso solido dalla ristrutturazione. Per accompagnare questo percorso, il provvedimento varato ieri a Palazzo Chigi mette in campo le garanzie pubbliche sulle emissioni per sostenere la liquidità, che a Siena finirebbe presto secondo l’allarme lanciato dall’Unione europea. L’Italia può attivare entro l’anno garanzie fino a 150 miliardi, ma in questo caso il costo a carico del bilancio pubblico sarebbe limitato ai casi in cui la garanzia andasse poi effettivamente esercitata. L’altro strumento, già autorizzato dalla commissione Ue, è quello delle Gacs, le garanzie sulle emissioni di bond senior per gestire la cartolarizzazione degli Npl.
Il fondo da 20 miliardi appostato dal provvedimento servirà poi ad aiutare altri istituti in difficoltà, a partire da Veneto Banca e Popolare di Vicenza gestite dal fondo Atlante, ma saranno appunto provvedimenti successivi a stanziare le risorse.

Gianni Trovati

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Un balzo in avanti. In parte previsto, ma che comunque apre una prospettiva diversa rispetto al pess...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Decontribuzione dal 50 al 100% per i lavoratori che usciranno dalla cassa integrazione del settore t...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Dica la verità, senatrice Bongiorno, ma la Lega vuole davvero i fondi del Recovery che sono legati ...

Oggi sulla stampa