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“Lo Stato non sarà socio di Benetton” Linea dura di Conte su Autostrade

Non ha cambiato idea, Giuseppe Conte. All’indomani della proposta di revisione della concessione presentata da Autostrade, l’inquilino di palazzo Chigi ribadisce la linea dura. «Lo Stato italiano non può essere socio dei Benetton».
Perciò, «anche se non del tutto in linea con le richieste del governo », vanno bene la riduzione delle tariffe e il piano da 14,5 miliardi di investimenti e 7 di manutenzioni, più i 3,4 per chiudere il contenzioso, però Atlantia deve uscire da Aspi. Completamente. Al premier non basta — come anticipato ieri da Repubblica — che scenda in minoranza. La holding della famiglia trevigiana deve cedere l’intero pacchetto azionario, l’88% della società, altrimenti si procederà con la revoca. Una road map condivisa dal Pd ai massimi livelli.
La ragione è semplice. A rilevare le quote sarebbe una cordata pubblica guidata da Cdp in tandem con F2i. Se i Benetton dovessero restare, sebbene con una partecipazione assai ridotta, lo Stato si ritroverebbe a gestire le autostrade insieme a loro. Seduti fianco a fianco nello stesso cda. Proprio ciò che i 5S non vogliono. Decisi, fin dal crollo del Morandi, a revocargli la concessione. «Un atto di giustizia», l’unico in grado di riparare le 43 morti di Genova.
Al premier lo hanno detto chiaro. «La proposta di Aspi non è sufficiente ». Spingendosi a minacciare la crisi di governo se la revoca — o in subordine l’estromissione del gruppo veneto — non verrà formalizzata. Obbiettivo: la nazionalizzazione di Autostrade. Che ha finito per spaccare la maggioranza. Italia Viva, contraria fin dal principio, parla di «dibattito surreale ». Mentre il Pd sembra ormai allineato. «La revoca ha un fondamento forte con possibilità di vincere i ricorsi», spiega il sottosegretario Roberto Morassut, riportando la posizione del Nazareno: «Il rapporto Anac dimostra che le prestazioni offerte dal concessionario sono state gravemente inadempienti ».
Una fibrillazione che non è sfuggita al Quirinale. Il Colle ha fatto sapere di seguire la vicenda con attenzione e auspica che si trovi una soluzione senza contraccolpi per il governo. Ritenendo in ogni caso che non sia a rischio la tenuta dell’esecutivo.
Ma Conte vuol esserne sicuro, pronto a discuterne già stamattina a margine del Cdm convocato sulle leggi regionali. In attesa del redde rationem fissato per domani. Con la grillina Lezzi a invocare una sorta di streaming: «Noi e Leu siamo per la nazionalizzazione. Il Pd chiede discontinuità con i giallo-verdi. Quale migliore occasione per segnare la differenza? Sarà doveroso rendere noto il voto di ciascun ministro». Preludio di una conta, che il premier intende evitare. Sperando, in realtà, di riuscire a scongiurare la revoca, per la quale servirebbe una legge da sottoporre al voto del Parlamento. Dove i numeri sono a rischio.
Per questo Conte ha scelto di sposare la linea del Movimento — «Fuori i Benetton» — convinto che i dem non romperanno. Un passo utile a portare il grosso dei 5S dalla sua parte e neutralizzare le mosse di Luigi Di Maio. Promotore negli ultimi mesi di una serie di incontri che poco hanno a che fare con il suo ruolo nel governo, e molto con trame politiche che guardano al di là di questo esecutivo. A fine gennaio ha visto alla Farnesina il leghista Giancarlo Giorgetti, il 24 giugno l’ex presidente della Bce Mario Draghi, poi il leader di Iv Matteo Renzi, quindi Gianni Letta. «Vuole mostrare che è ancora lui a dare le carte — dice un ministro M5S cui il gioco non piace — ma sta sbagliando tutto: se pensa di fare cadere il premier con un gioco di palazzo, per quanto mascherato, i nostri lo vanno a prendere sott o casa».
Il clima è questo. Tutt’altro che pacifico. Con una novità però: l’asse di Conte non solo con Grillo e Roberto Fico, com’è da sempre, ma anche con Davide Casaleggio e l’ala vicina a Di Battista, che ora si fida molto più di lui che dell’ex “fratello” Luigi. Così, la mossa di mettersi dalla parte dei 5S su Autostrade, gli garantisce per la prima volta dopo tanto tempo il plauso compatto dei grillini. Salda il fronte dei governisti con i ribelli. Non è poco, in una fase così delicata. Perché protegge il premier dalle eventuali ambizioni di Di Maio. E gli dà fiato in attesa di una partita se possibile più difficile: quella del Mes, rinviata per ora a settembre.
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