Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Lo choc Benetton. E quel Palazzo con tante uscite

di Alessandra Puato

Per Raffaele Jerusalmi, amministratore delegato di Borsa Italiana, l'anno non è cominciato bene. La scorsa settimana la famiglia Benetton ha detto addio al listino: si ricomprerà le azioni con un'Opa (offerta pubblica d'acquisto) e si ritirerà nel privato di Ponzano. «Per agevolare il futuro assetto competitivo di Benetton Group», è scritto nel comunicato firmato da Luciano Benetton.
Giovedì scorso è arrivata in Borsa la domanda di quotazione da parte di Cucinelli, ma la consolazione è magra. L'uscita di Benetton, multinazionale familiare, è clamorosa e riapre la questione dei delisting (le revoche dal listino) e della debolezza di Piazza Affari, fusa dal 2010 con il London Stock Exchange (Lse): un matrimonio euro-sterlina che lascia gli osservatori perplessi e di cui Consob, aveva, da subito evidenziato i rischi. Se il vantaggio doveva essere l'apertura internazionale per le quotate italiane, non c'è stato. Avere una capogruppo come Lse non è servito ad arginare i delisting provocati anche dalla fuga degli investitori dall'aerea euro.
Corollario dei riacquisti di azioni proprie (i buy back) che, causa prezzi stracciati, si sono susseguiti a raffica nell'ultimo anno (la stessa Benetton, ma anche altre aziende familiari come Piaggio, Exor, Brembo, Espresso: prossime revoche?), le cancellazioni dal listino stanno diventando una piaga europea.
«Siamo preoccupati dei delisting in termini assoluti, è un fenomeno collegato alla crisi, difficile da combattere», dice Luca Pejrano, capo dei mercati primari per l'Italia e l'Europa continentale di Borsa Italiana. Che nota come le cancellazioni, l'anno scorso, abbiano inciso per il 14% sul totale delle quotate in Italia, meno di Euronext (15%) e Deutsche Börse (20%).
Resta il fatto che, con Benetton, salgono a 15 le società che dal gennaio 2011 si sono cancellate dall'Mta, il listino principale italiano. E quante ne sono entrate? Tre, due delle quali sono il risultato di scissioni (Fiat Industrial e Delclima da DeLonghi).
L'unica vera matricola è Ferragamo (vedi articolo a fianco), fiore all'occhiello di Piazza Affari perché cresciuta del 47% dal debutto (dati al 3 febbraio), mentre l'omologa Prada, che ha scelto di quotarsi a Hong Kong, è sotto il prezzo di collocamento del 4%. «Sono confidente che non ci sarà una fuga a breve dalla Borsa — dice Pejrano —. Essere su una piattaforma dove si raccolgono capitali è un valore aggiunto di competizione globale». Il punto è che in arrivo, oltre a Cucinelli, non risultano altri nomi e hanno preso altre strade le annunciate Avio (che ha sospeso la procedura di quotazione) e Sea (che non ha però revocato la procedura d'ammissibilità, come Fedrigoni e la Lima di Udine). Se ne sono andate grandi aziende come Fastweb, Coin e Bulgari, banche come IwBank, straniere come Erg Renew. Chi sarà il prossimo?
Chi rischia
Al di là del giallo della cancellazione di Parmalat (ventilata e poi smentita venerdì) e le ragioni straordinarie, due sono i criteri oggettivi per capire quanto è probabile l'uscita di un'azienda dalla Borsa: la scarsa capitalizzazione e la perdita di valore del titolo. Incrociando questi due dati (per la performance, usando i dati dell'ultimo anno) per 226 quotate, l'équipe di Stefano Caselli, ordinario di Finanza in Bocconi, ha elaborato per il Corriere Economia un «Indice di probabilità di delisting» (vedi tabella).
Ebbene, al primo posto in questa ipotetica classifica delle possibili revoche c'è il fondo Investimenti e Sviluppo, seguito da Arena (polli), Crespi (pelli sintetiche), Arkimedica (in concordato preventivo) e Antichi Pellettieri (Walter Burani). Ma anche Pierrel (ottava), Gabetti (nona), Juventus (17ma), Meridiana (18ma). «Quasi tutte medie aziende italiane, il listino è vulnerabile — dice Caselli —. Auguriamoci che il delisting non diventi una moda, l'Italia non può permetterselo. Il caso Benetton dà la percezione di una disfatta del mercato di Borsa. Certo, uscire fa parte del gioco, ma è probabile che Benetton torni a quotarsi in futuro su una piazza più grande. È stato un errore cedere Borsa Italiana a Londra, se non fosse stato fatto saremmo più competitivi».
Altro segnale: non arrivano più nemmeno le società portate dai fondi chiusi. «Da almeno un anno e mezzo per il private equity la Borsa non è più una via d'uscita — dice Anna Gervasoni, direttore generale dell'Aifi —. L'oscillazione dei prezzi ci dà un'incertezza feroce sul futuro dell'azienda, inoltre si spendono milioni per legali, tipografia, comunicazioni. Per collocare titoli per 80 milioni un'azienda ha speso 8,2 milioni, il 10%. Se fossimo entrati in Euronext o ci fossimo alleati con Francoforte sarebbe stato meglio».
Le contromisure
Ora in Piazza Affari — mentre Consob ha avviato la prima semplificazione normativa — si lavora per attrarre le piccole. Il primo marzo debutterà il nuovo mercato dedicato alle Pmi, Aim Italia-Mac. Nasce dalla fusione di due listini, l'Aim (piccole imprese) e il Mac (destinato finora agli investitori istituzionali). Quattro nuove aziende, dice Borsa, vi si stanno avvicinando.
E in aprile partirà il progetto Elite, impostato da Andrea Montanino, dirigente generale del Tesoro, e avviato con Confindustria, Abi, Bocconi: «Un ambiente di accelerazione per la crescita delle Pmi», dice Pejrano. Le aziende pagano 5 mila euro l'anno (prezzo politico imposto dal Tesoro) per seguire un corso in Bocconi, «fare i compiti» compilando semestrali e business plan, infine scegliere se quotarsi, accogliere un socio del private equity o chiedere finanziamenti agevolati. Finiranno in questa vetrina tutte le aziende del Fondo italiano d'investimenti. La prima riunione del comitato di valutazione è stata venerdì. «È il tentativo di avvicinare in modo graduale le imprese agli investitori istituzionali — dice Montanino —. Eventualmente anche alla Borsa». Eventualmente.
 

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Sono sessantasei i fascicoli di polizze infortuni in favore dei dirigenti di cui si sono perse le tr...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«Questo shock senza precedenti potrebbe causare qualche vittima tra le banche». Un Ignazio Visco i...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«Non sarà possibile avere il Recovery Fund in funzione dal primo gennaio 2021 e anche il Bilancio ...

Oggi sulla stampa