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Lloyds bank, il Tesoro Uk vende ancora ed è sotto il 6%

Al traguardo mancano 2,3 miliardi di sterline, ma dopo otto anni di cinghia tirata il salvataggio di Lloyds bank è alla fine con il rientro nelle casse del Tesoro dell’intera somma “investita”. E, forse, anche qualche cosa di più. Da ieri Ukfi, il veicolo che gestisce le partecipazioni bancarie del governo britannico, non è più il primo azionista di quella che è stata storicamente la più diffusa banca retail nel Regno di Elisabetta. Il primato ora spetta a Blackrock che, a quanto risulta dai dati elaborati da Bloomberg, ha il 6,32% dell’istituto guidato da Antono Horta Osorio, mentre al Tesoro è rimasto il 5,95 per cento.
Nei giorni del crack Lehman, quando l’istituto britannico fu al centro di successive fusioni prima di precipitare ai limiti del fallimento, l’allora Cancelliere dello Scacchiere Alistair Darling firmò il decreto di nazionalizzazione portando la mano pubblica al 43% del capitale. Il risanamento è stato lento e doloroso. Un cammino azzoppato ulteriormente dagli indennizzi per le cosiddette Ppi, polizze-truffa piazzate ai titolari di mutui in molti casi inesigibili, che ha costretto l’istituto di credito ad accantonamenti per 17 miliardi di sterline. La storia non è ancora conclusa, ma non dovrebbe impedire all’esecutivo di Theresa May di liquidare, entro il 2017, il pacchetto residuo di titoli in mano allo Stato con il pieno rientro dei 20,3 miliardi di sterline iniettati in Lloyds nei giorni della crisi. Fino ad ora sono stati recuperati 18 miliardi abbondanti, per arrivare al break even il Tesoro avrebbe bisogno di 2,3 miliardi di pound, cifra appena inferiore al valore della quota pubblica ai corsi attuali. E’ possibile che l’avventura dello Stato nel capitale della banca si chiuda dunque con una contenuta plusvalenza. Ipotesi che il Tesoro britannico da sempre contempla, ma solo nel caso di Lloyds, operazione significativa, ma non certo la più consistente nel salvataggio pubblico per complessivi 115 miliardi di sterline firmato dal Cancelliere Alistair Darling nel momento più cupo della crisi del 2008.
E’ ancora del tutto irrisolto, infatti, il buco nero Royal bank of Scotland, la banca caduta dal vertice della graduatoria europea a un crack evitato solo dall’iniezione di denari pubblici. A far precipitare Rbs fu la coazione di molti fattori, ma quello più significativo – è stato stabilito da un’inchiesta governativa – fu la sciagurata acquisizione di Abn Amro. Oggi Ukfi controlla ancora il 73% del capitale della banca dopo aver ceduto un pacchetto di azioni che si sperava potesse essere prologo ad una più rapida dismissione. Così non è stato, né sarà a breve: oggi i titoli valgono la metà del prezzo di carico allo Stato e quindi in ultima analisi ai contribuenti. Tutti i governi che si sono succeduti in questi anni si sono sempre impegnati a non vendere con minusvalenze per le casse dello Stato. E per un banca che, dopo aver pagato 50 miliardi fra indennizzi ai correntisti e multe dei regolatori, ancora aspetta di conoscere quale sarà il conto finale di tanti scandali – da Libor in poi – l’attesa rischia di essere lunga.
Al Tesoro di Sua Maestà non resta che consolarsi, dunque, con il ritorno alla normalità di Lloyds. “La cessazione della presenza dello Stato come primo azionista –ha detto Antonio Horta Osorio – è una pietra miliare per il nostro gruppo in cammino verso il ritorno alla piena proprietà privata”. E anche per le sue finanze personali: il ceo infatti potrà vendere parte del suo stake da 22 milioni di sterline nella banca solo quando lo Stato avrà recuperato tutto. Il filo di lana è alle viste.

Leonardo Maisano

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