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L’Iva falsa è infedele patrocinio

di Antonio Ciccia e Alessio Ubaldi 

L'avvocato che consigli al cliente di una fare dichiarazioni Iva falsa per evitare la condanna commette il reato di infedele patrocinio. Ed è punibile anche se l'assistito abbia assecondato il suo suggerimento, prestando il consenso. Ciò che rileva, infatti, è la semplice trasgressione del difensore all'obbligo di correttezza previsto dal codice deontologico.

Lo ha stabilito la sentenza n. 6703 del 20 febbraio 2012, emessa dalla sesta sezione penale della Corte di cassazione.

Nel caso di specie un avvocato, dopo aver assunto le difese di un imprenditore in un processo per bancarotta fraudolenta e frode fiscale, ha suggerito al proprio assistito di presentare una dichiarazione Iva falsa.

Il fine era quello di evitare che emergessero tutte le irregolarità contabili che avrebbero inevitabilmente portato alla condanna del cliente. Quest'ultimo nel seguire il consiglio del legale, ha pure deciso di disinteressarsi del parere negativo del proprio commercialista, che lo aveva messo in guardia sulle conseguenze negative.

La strategia difensiva è stato oggetto di un procedimento penale che ha visto protagonista lo stesso avvocato. Secondo gli inquirenti, egli avrebbe istigato il cliente a delinquere, peraltro riuscendo nel suo intento. L'accusa mossa nei suoi confronti è stata quella di infedele patrocinio, reato previsto dall'articolo 380, comma 3 del codice penale, unitamente alla violazione dell'articolo 36 del codice deontologico forense, norma con la quale viene sancito il dovere professionale di correttezza.

In primo grado l'avvocato è stato assolto dal capo di imputazione. La Corte d'appello, invece, lo ha condannato per infedele patrocinio alla pena della reclusione di un anno e alla multa di 516 euro, sebbene riconoscendogli la sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna. A questa si è poi sommato il risarcimento alla parte civile.

Il legale, quindi, si è rivolto alla Corte di cassazione per ottenere una riforma in suo favore della decisione del giudice d'appello.

La Corte capitolina, rigettato il ricorso, ha confermato il verdetto della sentenza impugnata, ritenendo corretto il ragionamento in essa contenuto. I giudici romani, nella sentenza in commento, riflettono sulla possibilità che il suggerimento del legale, seppur illecito, possa effettivamente integrare il reato di infedele patrocinio, concludendo in senso positivo. Ricordano che l'avvocato, nel difendere il proprio assistito nel miglior modo possibile, deve pur sempre osservare i limiti derivanti dal contenuto del mandato, e, soprattutto, della legge. In altri termini, la volontà di difendere il proprio cliente non può spingersi fino a suggerire al secondo di commettere un reato, come dichiarare falsamente i dati dell'imposta sul valore aggiunto (fattispecie prevista all'articolo 2 del decreto legislativo n. 74 del 2000). Quanto detto trova conferma nell'articolo 36 del codice deontologico forense che impone agli avvocati di svolgere la propria attività professionale alla luce del dovere di correttezza.

La Cassazione, da ultimo, fa una precisazione. Il fatto che il cliente abbia esplicitamente prestato il consenso al suggerimento illecito non può giustificare la condotta del legale. Quest'ultima infatti deve essere valutata solo in base al canone della correttezza professionale. Conseguentemente non può assumere rilevo il comportamento compiacente dell'assistito, anche perchè, quasi sempre, quest'ultimo segue fedelmente quanto giudicato opportuno dal difensore, rimettendosi alla sua esperienza.

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