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L’Iva a rate non elimina il reato

Il versamento a rate del debito Iva non cancella il reato né costituisce presupposto per l’applicazione delle circostanze attenuanti. Nemmeno la richiesta di concordato o gli accordi di ristrutturazione del debito possono evitare la tagliola delle sanzioni penali per l’omesso versamento di Iva e ritenute.

Secondo la sezione penale della Cassazione l’unica possibilità prevista per il contribuente per evitare il concreto manifestarsi delle fattispecie penali disciplinate dagli articoli 10-bis e 10-ter del dlgs n. 74/2000 è il pagamento delle imposte dovute, entro e non oltre i termini previsti nelle due disposizioni.

Inutili dunque, sia ai fini della configurazione del reato che delle eventuali misure cautelari disposte dal pubblico ministero, l’ammissione del debito a un piano di rateazione da parte di Equitalia o della stessa amministrazione finanziaria, né dell’inserimento del debito stesso in una procedura di concordato preventivo o di ristrutturazione del debito ex art. 182-bis della legge fallimentare.

E se l’unico modo per evitare processo e misure cautelari è versare l’Iva o le ritenute entro i termini tassativi previsti dalle due norme sopra richiamate, entro il termine per la presentazione della dichiarazione annuale per le ritenute ed entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo per l’Iva, anche l’accesso alle circostanze attenuanti previste dall’articolo 13 del medesimo decreto risulta condizionato, secondo il costante orientamento della Suprema corte, al pagamento delle imposte prima dell’apertura del dibattimento di primo grado a nulla rilevando, pagamenti parziali o rateizzazioni in corso.

Questa linea dura della Cassazione su una materia così delicata pone ancor più in risalto una problematica già agli onori delle cronache a causa della sempre maggior difficoltà da parte delle aziende di far fronte, puntualmente, ai debiti tributari.

Ciò premesso vediamo più in dettaglio i contenuti delle più recenti sentenze emesse dalla Suprema corte.

L’accordo di ristrutturazione del debito.

Secondo la terza sezione penale della Cassazione, sentenza n. 24875/2014, l’accordo con l’amministrazione finanziaria per la ristrutturazione del debito fiscale ai sensi dell’articolo 182-bis della legge fallimentare non impedisce il proseguimento dell’azione penale e l’applicazione delle misure cautelari penali.

Il fatto che il contribuente abbia raggiunto un accordo con l’Agenzia delle entrate per la ristrutturazione del suo debito fiscale e che tale accordo, unitamente a quello raggiunto con gli altri creditori, sia pubblicato nel registro delle imprese, non assume quindi alcuna valenza ai fini dell’esclusione né del reato di omesso versamento dell’Iva né delle misure cautelari correlate.

Nelle motivazioni della sentenza i giudici della terza sezione penale hanno ricordato come la procedura di ristrutturazione invocata dal contribuente, al pari del concordato preventivo, sia in grado di bloccare solo le azioni di natura civilistica e non anche quelle di natura penale.

Anche negli accordi di ristrutturazione, si legge in sentenza, devono comunque applicarsi i principi valevoli per il concordato preventivo relativamente ai debiti tributari per il pagamento dell’imposta sul valore aggiunto. Ciò comporta, conclude la sentenza, che anche per gli accordi di ristrutturazione del debito vale quanto già deciso dalla Suprema corte in tema di concordato preventivo con la sentenza n. 44283 del 14 maggio 2013 ovvero: «… l’accesso alla procedura di concordato preventivo è atto di autonomia privata d’iniziativa del debitore, che mira a sfociare nel c.d. patto concordatario con i creditori. Una scelta di questo genere, tutta interna alla volontà del debitore, non può portare, come sua conseguenza, a elidere gli obblighi giuridici, specie quelli aventi rilievo pubblicistico, come la previsione del versamento dell’Iva alla scadenza di legge, la cui omissione è sanzionata penalmente».

In ultima analisi l’accordo di ristrutturazione e la transazione fiscale con l’amministrazione finanziaria sono privi di effetto ai fini della consumazione del reato di omesso versamento dell’Iva poiché per effetto degli stessi tale imposta sarà versata, magari ratealmente, in epoca successiva a quella prevista dall’articolo 10-ter del dlgs 74/2000, ovvero entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo che coincide con la fatidica data del 27 dicembre dell’anno di presentazione della dichiarazione.

La rateazione del debito Iva. Secondo la Suprema corte, sentenza n. 37748/2014, nemmeno l’ammissione a una procedura di rateizzazione del debito Iva può scongiurare la configurazione del reato di omesso versamento dell’Iva per importo superiore a 50 mila euro.

Il mero provvedimento di ammissione alla rateazione del debito Iva, si legge in sentenza, non è significativo posto che l’interessato, una volta ammesso al beneficio, ben potrebbe restare inadempiente rispetto al pagamento delle singole rate.

L’unica possibilità per evitare il configurarsi della fattispecie di reato è dunque unicamente subordinato, conclude la Corte, all’integrale ed effettiva estinzione dell’obbligazione tributaria.

In questo senso quindi un piano di rateazione potrebbe anche essere efficace purché assicuri il versamento dell’imposta dovuta, o quanto meno dell’importo sopra la soglia dei 50 mila euro, entro il termine ultimo del 27 dicembre dell’anno successivo a quello di riferimento del debito annuale.

Sequestro per equivalente. L’intervenuto accordo fra l’indagato per il reato di omesso versamento Iva e l’amministrazione finanziaria per una dilazione del debito tributario non è nemmeno in grado di evitare o di far decadere, il sequestro per equivalente disposto dal pubblico ministero a tutela del credito erariale.

Secondo i giudici della terza sezione penale della Cassazione, sentenza n. 40244/2014, se è vero che il sequestro preventivo per equivalente non ha nessuna ragione d’essere nell’ipotesi di restituzione all’Erario del profitto del reato (coincidente di norma con l’imposta annuale non versata) nel caso del pagamento dilazionato la misura cautelare trova la sua legittimità e motivazione nell’incertezza della restituzione totale di dette somme. L’importo rateizzato, si legge nella sentenza, potrebbe infatti non essere puntualmente adempiuto alle singole scadenze giustificando così la legittimità della misura cautelare stessa che potrebbe, al massimo, venire ridotta proporzionalmente in ragione degli importi già versati sulla base della rateazione stessa.

Il quadro sopra descritto lascia pochi spazi aperti. In ipotesi di omessi versamenti di Iva e ritenute per importi superiori alla soglia di 50 mila euro, cifra facilmente superabile in situazioni di contingenza sfavorevole come l’attuale, l’unica possibilità offerta al contribuente per evitare sia la configurazione del reato che le misure cautelari è rappresentata dal versamento delle imposte stesse prima dello spirare dei termini fissati dalle disposizioni previste dal dlgs 74/2000.

Versare l’imposta dopo tale termine è pressoché inutile almeno ai fini delle sanzioni penali sopra citate.

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