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Liti sui licenziamenti, sul doppio giudice si scatena il fai-da-te

Lo stesso magistrato può decidere per entrambe le fasi del primo grado del nuovo rito del lavoro? È nella risposta a questa domanda che si spacca il fronte dei giudici alle prese con le novità introdotte dalla riforma del ministro Fornero (legge 92/2012) per le cause di licenziamento, che punta a tagliare i tempi per risolvere le liti, portandole all’udienza entro 40 giorni, fatta salva la possibilità di opposizione. Proprio per raggiungere la massima rapidità del primo step del processo, diversi tribunali assegnano al medesimo giudice l’esame del ricorso sommario e dell’opposizione all’ordinanza, le due fasi in cui si sdoppia il primo grado dopo l’entrata in vigore della riforma (dal 18 luglio 2012). È il caso di Milano, Genova, Bologna. «La legge 92 non prevede che ci sia un cambiamento del giudice tra la fase di urgenza e quella di opposizione», spiega il presidente della sezione lavoro del tribunale di Milano Pietro Martello. «E – aggiunge – non ci sono neanche pronunce rilevanti della giurisprudenza che portino a orientarsi diversamente».
Dal foro di Roma, Anna Maria Franchini, coordinatrice delle quattro sezioni lavoro, ribadisce che «non c’è incompatibilità tecnica» nell’attribuire allo stesso giudice le due fasi del primo grado: «L’assegnazione presso l’area lavoro di Roma è informatizzata, quindi casuale». Sulla stessa linea i magistrati di Monza.
Un orientamento, questo, che non piace agli avvocati, contrari al fatto di trovarsi di fronte, nel giudizio di opposizione, allo stesso magistrato che ha emesso l’ordinanza impugnata.
Il fronte del «no» al giudice unico raccoglie adesioni a Napoli, Ancona, Torino, Firenze e Bari. Nel foro campano «c’è stato un decreto del presidente del tribunale – sottolinea Carla Musella, a capo della sezione lavoro – per stabilire che la fase di opposizione sia assegnata a un giudice diverso da quello che ha emesso l’ordinanza».
Le cause ammesse
Il processo veloce ha fatto il suo ingresso in aula portando una ventata di altri dubbi interpretativi sull’applicazione di vecchie e nuove regole. Un primo problema riguarda il perimetro della cause che possono essere risolte con il processo sommario. A Milano, ad esempio, l’ordinanza di un giudice ha escluso dal rito Fornero le domande sull’accertamento del datore di lavoro (si veda Il Sole 24 Ore del 30 ottobre).
A Roma il nuovo rito non si estende ai ricorsi per ottenere il risarcimento stabilito nei contratti collettivi per il licenziamento giustificato del dirigente; è discussa l’applicabilità ai licenziamenti nella Pa, mentre la nuova procedura vale – ma l’orientamento non è univoco – per i licenziamenti collettivi. Da Bologna, il presidente della sezione lavoro Giovanni Benassi pone un’altra questione: «Non è chiaro se il giudice possa decidere con efficacia di giudicato tra le parti soltanto sul licenziamento o anche sulla qualificazione del rapporto di lavoro. Ad esempio, se il magistrato si trova di fronte all’impugnazione di un licenziamento in cui il lavoratore sostiene che il suo contratto a progetto è in realtà un rapporto di lavoro subordinato, il giudice deve decidere solo sul licenziamento o anche sulla natura del rapporto? Su questo punto c’è una forte divergenza di opinioni».
Altra questione riguarda la possibilità di applicare la procedura d’urgenza (articolo 700 del Codice di procedura civile) alle cause di licenziamento: per la maggioranza dei tribunali è ammissibile anche se, in concreto, si limita a casi in cui ci sia un pericolo grave e irreparabile per cui la parte coinvolta non possa attendere neanche i tempi brevi previsti dal rito Fornero.
Nuovo rito «facoltativo»
Il tribunale di Firenze, per tagliare corto, ha stabilito che il ricorso al nuovo rito del lavoro è facoltativo: nel documento che riassume l’orientamento dei giudici, si legge che «è facoltà della parte» intraprendere un giudizio di impugnativa del licenziamento ex articolo 18 dello statuto dei lavoratori con il rito previsto dalla riforma. «È la parte attrice – continuano i giudici – che deve valutare se nel caso concreto sia più utile procedere con tale nuovo rito o se sia più confacente agli interessi del cliente un ricorso ex articolo 414 Cpc (cioè con il rito ordinario, ndr) ad esempio perché la domanda si associa ad ulteriori richieste afferenti il rapporto di lavoro, come ad esempio differenze retributive, diverso inquadramento, e così via».
Un mosaico di interpretazioni, dunque, che porta più di un giudice, a pochi mesi dall’entrata in vigore della riforma, a chiedere che il nuovo rito del lavoro sia riscritto, in maniera più facile da applicare.

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