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Liti pendenti, vietato fare i furbi

di Maurizio Tozzi 

Sanatoria delle liti e potenziali allargamenti dei condoni, la «pendenza» strumentale non consente la definizione. La creazione ad hoc di un contenzioso con il fisco, in un periodo in cui è ipotizzata una normativa finalizzata alla chiusura dello stesso, non è premiata. Ammessa invece la definizione degli atti introduttivi del giudizio «inammissibili» ma a seguito di errore in buona fede. L'importante è che non vi sia una pronuncia di inammissibilità divenuta definitiva. Questo il quadro di sintesi che emerge dalla lettura coordinata della disposizione normativa, ossia l'articolo 16, comma 3, lett. a) della legge n. 289 del 2002, delle relative interpretazioni di prassi e della posizione assunta recentemente dalla Corte di cassazione nella sentenza n. 19693 del 2011.

La sentenza in esame è quanto mai attuale soprattutto alla luce delle voci che si rincorrono circa l'estensione delle sanatorie fiscali. Posto che la medesima Corte di cassazione ha ritenuto la definizione delle liti pendenti non in contrasto con la normativa europea sul fronte Iva, atteso che non viene impedita un'attività di controllo da parte dell'amministrazione finanziaria (infatti per esserci la lite vuol dire che il controllo è già stato effettuato), se davvero in qualche modo si dovesse procedere a un allargamento dei condoni è evidente che la «via» principale è proprio quella di rivedere i limiti della norma già in vigore in materia di liti pendenti.

E tra i ritocchi ipotizzabili, quelli più «gettonati» riguardano non solo l'innalzamento (o addirittura la soppressione) del limite di valore della lite, ma anche lo slittamento temporale utile per l'individuazione delle liti pendenti, attualmente fermo al 1° maggio 2011.

La seconda ipotesi potrebbe indurre a comportamenti poco leciti, che comunque sono di fatto vanificati dalla presa di posizione della Corte di cassazione.

A leggere l'articolo 16, comma 3, lett. a), della legge n. 289 del 2002, infatti, si evince che è considerata pendente anche la lite fiscale per la quale l'atto introduttivo del giudizio, sia in primo grado sia in quelli successivi, sia stato dichiarato inammissibile con pronuncia non definitiva alla data del 1° maggio 2011.

Sul punto l'amministrazione finanziaria ha avuto modo di chiarire che, in via generale, non è richiesta la pendenza della lite sul rapporto sostanziale, essendo ammessa la chiusura in tutte le ipotesi in cui sussista l'obbligo per il giudice di emanare un provvedimento decisorio della lite stessa, a prescindere dall'eventualità che l'atto introduttivo sia affetto da vizi comportanti invalidità o inammissibilità ostative all'esame nel merito. A tale regola fanno eccezione i casi di inesistenza dell'atto introduttivo per mancanza dei requisiti minimi di forma e di contenuto indispensabili a ricondurre lo stesso nell'ambito delle previsioni delle norme processuali.

Dal che deriva, ad esempio, che un ricorso presentato oltre il termine canonico dei 60 giorni utile per l'impugnazione dell'accertamento, ma entro la predetta data del 1° maggio 2011, comunque può essere oggetto di definizione (circostanza chiarita dalla circolare n. 17 del 2003, paragrafo 1.10) e in particolare la stessa avverrà con il pagamento dell'importo del 30% del valore della lite, se ancora non è intervenuta una pronuncia, ovvero del 50% in caso di declaratoria di inammissibilità, ovviamente non passata in giudicato (è altrettanto pacifico che se la lite non supera i 2 mila euro, l'importo dovuto è di 150 euro).

Il sapere, però, di una probabile estensione dei condoni può offrire lo spunto a una «intuizione»: creare ad hoc una lite anche in riferimento ad atti divenuti definitivi tanto tempo addietro. Ad esempio, un accertamento notificato nel marzo del 2009 e non impugnato, potrebbe essere all'improvviso oggetto di un ricorso in questi giorni nella speranza che una futura variazione normativa possa includere nel novero delle liti definibili anche quelle pendenti fino a tutto il 2011. La finalità di tale comportamento è quella di sfruttare in maniera impropria la citata lett. a) del comma 3 dell'articolo 16 della legge n. 289 del 2002 e sostenere la tesi che il ricorso in oggetto, ancorché inammissibile, è comunque introduttivo di un giudizio pendente alla data stabilita dal legislatore.

La sentenza n. 19693 del 2011 tronca in maniera perentoria la validità di un simile atteggiamento e sottolinea che la modalità artificiosa con cui è stata creata la lite definibile non può essere premiata. Infatti: «Una lite può considerarsi pendente (anche ove si possa prospettare inammissibile il ricorso introduttivo di quella) allorché essa possa considerarsi “reale”, e sia, cioè, provvista di un margine di incertezza, tanto che permanga l'interesse, non solo del contribuente ma anche dell'amministrazione, a definirla (_) l'impugnazione tardiva a fini meramente strumentali (e cioè per creare artificiosamente un contenzioso che permetta il pagamento di una minore imposta rispetto a quanto accertato, grazie a provvedimenti premiali di cui si abbia anticipato sentore), non può sortire l'effetto voluto».

Dal che in conclusione deriva che l'incrocio della norma e delle posizioni di prassi e giurisprudenza consente di affermare che:

– la sanatoria è possibile in presenza di oggettive condizioni di inammissibilità dell'atto introduttivo del giudizio, sempre che non vi sia stata una pronuncia resasi definitiva;

– sono escluse dalla definizione quelle controversie che oltre ad essere inammissibili sono state create in maniera artificiosa al fine di fruire della possibile sanatoria fiscale.

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