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Liti, la percentuale è mobile

di Maurizio Tozzi  

Definizione della lite a costo variabile. Slalom obbligatorio tra percentuali dovute, decisioni parziali, perdite e somme versate. Massima attenzione al decorso temporale tra data di versamento e data di presentazione della domanda, soprattutto per le controversie discusse e in attesa della sentenza. È quanto deriva dalla norma della manovra correttiva (legge 111/2011) sulla definizione delle liti, secondo cui il contribuente interessato deve prendere in considerazione le percentuali stabilite dall'articolo 16 della legge n. 289 del 2002, ossia determinare il quantum dovuto applicando al valore della lite il 10% se nel frattempo è intervenuto in giudicato positivo, oppure il 50% in caso di esito negativo o ancora il 30% nelle ipotesi di assenza di giudicato.

Il primo problema che si pone è dato dal decorso temporale che sussiste tra la data in cui bisogna effettuare i predetti calcoli, ossia al massimo entro il prossimo 30 novembre (salvo proroghe), e la data di presentazione della domanda, effettuabile fino al 31 marzo 2012. Atteso che la definizione si perfeziona proprio con la predetta domanda, potrebbe aversi il problema del sopraggiungere di un giudicato che cambia le percentuali applicabili. Magari la circostanza è rara, dato che le discussioni «a rischio» sono quelle avutesi fino al 6 luglio, per cui dovrebbe presumersi che i giudicati saranno noti entro la data del versamento, ma se ciò non accadesse non resterebbe che far riferimento a quanto chiarito nel passato dalla circolare n. 18 del 2003, secondo cui, alternativamente, o vi sarà l'onere per il contribuente di integrare le somme necessarie, ovvero potrà ottenersi il rimborso di quanto versato in eccedenza.

Le percentuali stabilite dal legislatore trovano applicazione anche nelle ipotesi di soccombenza parziale: in tale evenienza è necessario applicare le stesse in maniera proporzionale sul valore della lite. Per esempio, se il valore della lite è pari a 15 mila euro ed è ridotto a 10 mila euro da parte dei giudici, vuol dire che l'esito positivo per il contribuente è di 5 mila euro e su tale importo sarà dovuta la percentuale del 10% (500 euro). Sulla restante parte della lite decisa favorevolmente all'ufficio, per un importo di 10 mila euro, sarà dovuto il 50% (5.000 euro).

La valutazione della lite e l'applicazione delle percentuali, però, potrebbero divenire difficoltose in presenza di perdite oggetto di rettifica. Il contribuente deve anzitutto verificare se può o meno affrancare la perdita e poi decidere se ha interesse ad affrancarla. Quando si procede alla rettifica di una perdita, salvo la determinazione addirittura di un maggior imponibile, non emergono imposte ai fini Irpef, Ires e Irap e solitamente il recupero è rappresentato, eventualmente, dall'Iva connessa ai maggiori ricavi accertati che riducono o azzerano la perdita. Dunque potrebbe anche essersi in presenza di una perdita dichiarata di 50 mila euro che viene azzerata, con recupero della sola Iva per un importo pari a 10 mila euro, che rappresenta il valore «base» della lite. Nel caso in cui si volesse affrancare la perdita, il contribuente deve determinare in maniera virtuale le imposte collegate all'entità della stessa, applicando le aliquote in vigore nell'anno accertato. È evidente, però, che così procedendo si corre il rischio di superare abbondantemente il valore massimo delle liti definibili, in quanto per esempio nel caso considerato rispetto a un importo di 50 mila euro le imposte virtuali saranno sicuramente superiori a 10 mila euro, che sommate ai 10 mila euro del valore «base» della lite (Iva accertata), portano a uno splafonamento con conseguente impossibilità di procedere all'affrancamento, potendo definire la lite solo rispetto all'Iva. Per le perdite, invece, non vi sono soluzioni: se le stesse sono state utilizzate negli anni successivi, allora si tratta di utilizzi indebiti e oggetto di nuovi accertamenti da parte del fisco; se invece sono ancora da utilizzare, di fatto le «perdite» scompaiono e non consentono future compensazioni.

La situazione cambia se le imposte virtuali collegate alla perdita, sommate a quelle accertate, non superano il limite di 20 mila euro (per esempio, 8 mila euro di imposte virtuali). In tal caso la perdita è affrancabile e spetta al contribuente decidere se «sanarle», pagando anche in riferimento alle imposte virtuali le predette percentuali (in tal modo liberando le perdite stesse che potranno essere utilizzate senza problemi negli anni successivi), ovvero non procedere (perché magari non ha interesse in quanto consapevole di non poterle utilizzare negli anni successivi per incapienza dei redditi).

I predetti ragionamenti, peraltro, restano validi anche se interviene un giudicato parziale. Prendendo spunto dalla circolare n. 22 del 2003, il contribuente può decidere di:

– non affrancare la perdita e applicare le percentuali del 10% e del 50% solo ai valori «base» della lite. Ad esempio, se l'accertamento Iva è ridotto a 4 mila euro, il costo della definizione sarà pari a 600 euro per l'ammontare vinto e a 2 mila euro per quello perso, per un totale di 2.600 euro;

– affrancare la perdita. In tale evenienza, si dovranno prima liquidare le imposte virtuali sull'intera perdita dichiarata (come detto, ulteriori 8 mila euro), poi applicare le proporzioni del 60% (giudicato favorevole) e del 40% sull'intero valore della lite (dunque 10.800 euro a favore e 7.200 euro contro) ed infine calcolare le somme dovute al 10% (1.080 euro) e al 50% (3.600 euro), per un totale di 4.680 euro.

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