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Liti con il fisco, tre incognite sulla sanatoria

La geografia del contenzioso, l’incidenza delle liti con l’agenzia delle Entrate e il tasso di vittoria del contribuente. Sono tre dei driver che determineranno il successo (o meno) della sanatoria delle liti fiscali, che il Governo ha annunciato nella manovra correttiva.
Anche senza conoscere la disciplina definitiva sulla base della quale i contribuenti dovranno prendere le proprie decisioni, le statistiche delle Finanze e della Cassazione sul contenzioso tributario permettono già di anticipare alcuni aspetti chiave.
La geografia delle liti
Secondo gli ultimi dati, al 31 dicembre 2016 davanti alle Commissioni tributarie provinciali (Ctp) c’erano 318mila liti in corso, cui vanno aggiunte le 150mila cause pendenti in secondo grado davanti alle Commissioni tributarie regionali (Ctr) e le circa 50mila cause in Cassazione. Un arretrato che supera il mezzo milione di fascicoli, allunga i tempi dei processi, blocca la macchina amministrativa e congela un sostanzioso “gettito potenziale” per l’Erario. Basti pensare che, prendendo come riferimento i valori medi delle cause negli ultimi quattro anni, si può stimare un valore delle pendenze a fine 2016 di 107,2 miliardi (di cui 36,1 miliardi in Ctp, 28,9 in Ctr e 42,2 davanti alla Suprema corte, come segnalato sul Sole 24 Ore del 28 febbraio scorso).
Con l’estensione della possibilità di chiudere le liti anche per chi non ha rottamato le cartelle di Equitalia – prevista nelle ultime bozze della manovra – la platea degli interessati si allarga. La distribuzione dell’arretrato, però, è tutt’altro che uniforme. Il record spetta alla Ctp di Catania, dove a fine 2016 c’erano più di 49mila cause in corso (il 15% di tutto il contenzioso in primo grado). Al secondo posto c’è Roma con 38mila controversie, un dato tutto sommato logico se si considera la popolazione e il numero di società con sede nella Capitale. Ma poi – se si cercano sulla mappa le altre zone ad alta intensità di arretrato – torna a prevalere il Mezzogiorno: da Cosenza (terza, con 25mila liti) a Siracusa, da Reggio Calabria a Palermo, da Messina a Napoli (tutte oltre le 10mila cause pendenti al 31 dicembre scorso).
La tendenza si conferma anche per le Commissioni di secondo grado, dove è ancora il Sud a segnare i numeri maggiori.
Cause comprese ed escluse
Un altro aspetto da non sottovalutare è la concentrazione dell’arretrato. Di fatto, più del 75% delle liti pendenti in primo grado è racchiuso in 20 Ctp, mentre il restante 25% è sparpagliato tra le altre 83 commissioni. Sarebbe sbagliato, però, dire che il successo dell’operazione si deciderà in poche Ctp.
Secondo le bozze della manovra circolate nei giorni scorsi, la possibilità di definire le liti pendenti è limitata alle controversie tributarie che hanno come controparte le Entrate (compreso il contenzioso contro l’ex agenzia del Territorio). Restano escluse, invece, le altre cause, come quelle contro i Comuni, le Regioni, l’agenzia delle Dogane e – soprattutto – Equitalia.
Se si osservano i dati a fine 2015 (gli ultimi disponibili su questo aspetto), si vede che le Ctp e le Ctr in cui c’è più arretrato sono anche quelle in cui l’incidenza delle liti con le Entrate è più bassa, perché c’è un contenzioso altissimo con Equitalia.
Il risultato è un parziale riequilibrio del numero dei potenziali interessati: le 8mila cause pendenti in Ctp a Milano (con il 72% medio di controversie verso le Entrate) non sono poi così distanti dalle quasi 16mila della Ctp di Reggio Calabria (con solo il 32% di liti verso l’Agenzia).
Chi vince e chi perde
Il terzo driver è l’esito del contenzioso. Se non si calibra in modo adeguato lo sconto di cui può beneficiare il contribuente rispetto alla somma inizialmente accertata dal fisco, il rischio è che la definizione delle liti fiscali non abbia grande appeal per chi ha vinto una causa in primo grado, e ancor meno per chi si è già visto dare ragione – almeno in parte – sia in Ctp che in Ctr (si veda l’articolo a destra).
Per inquadrare le dimensioni del problema, è sufficiente ricordare che negli ultimi tre mesi del 2016 i contribuenti in Ctp hanno vinto in circa il 30% dei casi, ottenendo un «giudizio intermedio» nell’11% delle liti e perdendo nel 45% (il resto è riconducibile ad altri esiti come la conciliazione giudiziale). Ipotizzando che l’ufficio faccia appello tutte le volte in cui perde, significa che il 30-40% dei cittadini e delle imprese con una lite in corso in Ctr potrebbe non avere molta voglia di aderire alla sanatoria, preferendo invece andare fino in fondo per vedere riconosciute le proprie ragioni (in tutto o in parte). In secondo grado, poi, nello stesso trimestre il tasso di vittoria del contribuente è stato ancora più alto (40%, con un 8% di giudizi intermedi).
Di recente, le Entrate hanno ricordato che in Cassazione il fisco vince due volte su tre anche quando il contribuente è reduce da una vittoria in appello (e addirittura nove volte su dieci quando è reduce da una sconfitta).
Ma è evidente che la chiusura delle liti in Cassazione non può essere data per scontata. Anche perché davanti alla Corte suprema la materia tributaria ha visto una vera impennata, arrivando a pesare quasi per metà di tutto l’arretrato, con una durata media dei processi che è già arrivata a quasi cinque anni e quattro mesi: insomma, chi vuole solo rinviare la sentenza potrebbe avere gioco facile.

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