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Lite sul Mes, Conte chiede una tregua

ROMA Una giornata di polemiche roventi — arrivate dopo la breve tregua da emergenza — che comincia con l’arrembaggio del Movimento 5 Stelle contro il Pd e finisce con parole di mediazione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e con i toni più morbidi e concilianti da parte dei capi delegazione dem Dario Franceschini e 5 Stelle Alfonso Bonafede. Una tregua necessaria, anche con un occhio allo spread in vistosa risalita (ieri ha raggiunto quota 240) e alla borsa in difficoltà (ieri Milano è andata a -4,78%), e in vista del Consiglio europeo del 23 aprile.

Oggetto del contendere è il Mes, il fondo salva Stati. L’Eurogruppo ha dato il via libera all’uso di fondi del Mes, a zero condizionalità e solo per le spese sanitarie. Ma i 5 Stelle non si fidano e temono che sia il viatico per future dolorose procedure di austerity, in cambio dei 37 miliardi di euro in prestito. Il Mes ottiene il favore crescente dei renziani e di quote sempre più ampie del Pd. In mezzo, a provare una mediazione c’è Conte. Che a fine serata prova a spegnere l’incendio: «Se vi saranno condizionalità o meno sul Mes lo giudicheremo alla fine, l’ultima parola spetterà al Parlamento. Non ha senso discuterne ora». Intervento apprezzato da Franceschini: «Mi paiono ragionevoli e condivisibili le parole del presidente Conte. Non è il tempo di posizioni pregiudiziali». Bonafede conferma: «Piena fiducia in Conte, serve un lavoro di squadra».

Ma la giornata non era stata così pacifica. Ad accendere le polemiche sono le parole del capogruppo dem Graziano Delrio: «Se abbiamo un fondo europeo che ci presta senza interessi dei miliardi non capisco perché dovremmo andarli a chiedere con interessi ad altri. Se poi non ce n’è bisogno subito, sarà una valutazione del governo». Tanto basta per provocare la reazione furiosa dei 5 Stelle. Il capo politico Vito Crimi, in un’intervista al Fatto, è perentorio: «Per noi rimane una fregatura». La senatrice Barbara Lezzi attacca a testa bassa: «Se il Pd vuole il Mes deve tornare alleato di Berlusconi». Manlio Di Stefano se la prende con Delrio: «Si è lanciato alla cieca contro la linea sul Mes del governo. Mi piacerebbe sentir parlare Delrio con altrettanto entusiasmo della nostra proposta di dimezzamento dello stipendio dei parlamentari». Duro anche Stefano Buffagni, viceministro dello Sviluppo economico: «Il Mes non sono soldi regalati, lo pagherà mio figlio fra 30 anni. Non capisco perché dobbiamo farci da soli il cappio, con questa corda ci strozzeranno».

Se vi saranno condiziona-lità o meno sul Mes lo giudichere-mo alla fine, l’ultima parola spetterà al Parlamento Non ha senso discuterne adesso

A far capire che stava arrivando la tregua, siglata da Conte con Franceschini e Bonafede, le parole ecumeniche di Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti. Il primo indossa i panni di Alcide De Gasperi: «Solo se saremo uniti saremo forti. Solo se saremo forti saremo liberi». Il secondo si lancia in un elogio di Conte: «In Europa abbiamo ottenuto risultati importanti. Bene ha fatto il governo italiano a battersi».

Anche l’opposizione si divide. Con Silvio Berlusconi favorevole a usare il Mes, Giorgia Meloni e Matteo Salvini fortemente contrari.

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