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Lite Roma-Berlino sul caso Fca

Se la miglior difesa è l’attacco, Carlo Calenda sposa in pieno l’assunto e lo mette in pratica nei confronti della Germania sulla vicenda Fca: «Se Berlino si occupa di Volkswagen non fa un soldo di danno». Traducendo ancor più terra terra, il ministro dello Sviluppo economico (subentrato a Federica Guidi con il governo Renzi e confermato da Paolo Gentiloni) ieri è intervenuto sul canale tv
La7
e ha invitato l’alleato tedesco a guardare agli scandali di casa propria – per altro riconosciuti, avendo accettato di pagare una multa da 4,3 miliardi – piuttosto che ai presunti illeciti commessi da aziende italiane.
Calenda ha alzato le barricate dopo l’intervista pubblicata ieri mattina dal popolare giornale tedesco Bild am Sonntag e rilasciata da Alexander Dobrindt, ministro dei Trasporti del gabinetto Merkel. Il quale ha preso a pretesto la doppia inchiesta aperta negli Stati Uniti nei confronti di Fca, da parte dell’Agenzia federale per la protezione ambientale e dal Dipartimento di giustizia, per rinverdire la polemica che da mesi oppone Italia e Germania e le rispettive industrie automobilistiche.
«Le autorità italiane sapevano da mesi che Fca, secondo il parere dei nostri esperti, usava dispositivi di spegnimento illegali», è stato l’affondo del politico esponente della Csu, i cristiano-sociali bavaresi. A cui ha fatto seguito una richiesta, letta come provocatoria, che ha scatenato la reazione italiana: «L’Unione europea deve conseguentemente garantire il ritiro» dei modelli sotto accusa.
Su questo punto specifico, la risposta è arrivata dal ministro delle Infrastrutture Graziano Del Rio, a sua volta intervenuto al
Tg3. «Una campagna di ritiro delle Fca è totalmente irricevibile». Poi ha argomentato: «Abbiamo accettato di istituire una commissione di mediazione presso Bruxelles esattamente perchè non abbiamo niente da nascondere. I nostri test – ha aggiunto Delrio dimostrano che non esistono dispositivi illegali e comportamenti anomali. Questa interpretazione della Germania va contro le regole che ci siamo dati, di responsabilità di ogni nazione verso le proprie case produttive. Noi non abbiamo chiesto nessuna ulteriore indagine da parte di Volkswagen, ci siamo fidati di loro, ed è giusto che il confronto avvenga sulla fiducia e il rispetto reciproco ».
Del resto, non è l’unico fronte europeo aperto ieri dal governo italiano. Sempre il ministro Calenda ieri ha piantato alcuni paletti nel terreno del gruppo francese Vivendi, protagonista di un tentativo di scalata nei confronti di Mediaset: «L’Italia non è un paese per scorrerie». Una battuta – ha poi precisato – che non va letta come un tentativo di protezionismo, nè «in difesa dell’italianità di Mediaset». E non potrebbe nemmeno essere, visto che da Parmalat a Edison per arrivare a Telecom Italia (finita proprio sotto il controllo di Vivendi) la aziende francesi hanno fatto incetta negli ultimi anni di aziende italiane. Ma non è na questione di investimenti in arrivo dall’estero: «Penso che quella di Vivendi – ha detto – sia un’operazione di mercato condotta in modo opaco perchè non chiarisce il punto di caduta. Un investitore deve venire in Italia spiegando cosa vuole fare. In Francia ce lo chiederebbero assertivamente ». Invece, Vivendi sembra «essere entrata per paralizzare la governance e mettere sul tavolo qualche cosa che non si capisce”, ha concluso Calenda.

Luca Pagni

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