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«L’Italia? Sui mercati c’è più fiducia Azionariato diffuso per i dipendenti»

Carlo Messina, 52 anni, è consigliere delegato di Intesa Sanpaolo da poco più di sei mesi. Per anni è stato l’uomo dei numeri della banca come chief financial officer e poi responsabile della Banca dei Territori. Ora, nel ruolo di capo azienda, sostiene con insistenza: «Il cuore del rilancio della banca non può che passare attraverso le persone. Quello presentato a fine marzo non è soltanto il piano industriale mio e del management, ma un piano condiviso grazie al contributo di oltre 8 mila colleghi. Un lavoro che avrà come tappa conclusiva il coinvolgimento degli oltre 90 mila dipendenti in un programma di azionariato diffuso, sottoposto al voto dell’assemblea di maggio». È appena rientrato dal road show: l’Italia, spiega, non è «più percepita come un Paese sull’orlo del baratro».
Che cosa è cambiato?
«Ho percepito un forte ottimismo nei nostri confronti. Una reazione tipica dei mercati. In un primo tempo hanno considerato, esagerando, il Paese a rischio; con un possibile venir meno dell’euro l’Italia avrebbe pagato il conto più alto. Una situazione che si rifletteva nello spread superiore ai 500 punti. Ora non ci sono più dubbi sulla tenuta dell’euro, lo spread è a circa 160 punti e il clima è completamente cambiato. Ho inoltre registrato aspettative positive riguardo la capacità del Paese di realizzare alcune importanti riforme strutturali».
Ma qual è la soglia di sicurezza per il differenziale Italia-Germania?
«Direi fino a 200-250 punti. A questi livelli il risparmio delle famiglie è salvaguardato. Soprattutto da un punto di vista psicologico negli anni passati si è diffusa molta incertezza riguardo gli investimenti personali. Ora le famiglie si sentono nuovamente nelle condizioni di poter disporre dei loro risparmi e ciò può permettere la ripresa dei consumi e degli acquisti dei beni durevoli, ad esempio in campo immobiliare».
Gli investitori esteri che ha visto nelle ultime due settimane, da Londra a New York, che cosa pensano davvero?
«In queste tappe del road show ho avuto la possibilità di incontrare più di 200 gestori che amministrano qualcosa come 6 trilioni di dollari in azioni. Direi questo: vedono nell’Italia un Paese ancora a sconto, per usare il gergo della Borsa. Dove è possibile riprendere a investire».
Come ha fatto BlackRock…
«Nel nostro caso hanno fatto una valutazione di prezzo, il loro approccio è stato molto pragmatico. Ho conosciuto recentemente Larry Fink e mi sembra un personaggio di grande valore. La visione dei fondamentali dell’Italia è nettamente migliorata».
A proposito di aziende, Draghi ha appena detto che la Bce è pronta a intervenire per frenare l’euro?
«L’euro è sopravvalutato del 15-20%. Gli interventi eccezionali, a partire dal quantitative easing , di cui parla il presidente della Bce sono decisivi, ora che anche la Germania ha cambiato opinione. D’altro canto una discesa troppo forte dell’euro non sarà semplice da ottenere, potrebbe scatenare una guerra dei cambi che nessuno vuole».
Intesa Sanpaolo vuole dire tra conti correnti, depositi e risparmio gestito, 800 miliardi in gestione. Quasi la metà del Pil…
«Svolgiamo un ruolo cruciale, siamo la banca dell’economia reale. Credo siano due i volani possibili per il rilancio dell’attività bancaria: la ripresa dei consumi e del mercato immobiliare. Stanno timidamente riprendendo quota. E noi siamo pronti a fare la nostra parte con un piano che prevede erogazioni per oltre 170 miliardi nei confronti di imprese e famiglie».
Voi, come gli altri istituti avete fatto pulizia nei bilanci. Troppo prudenti?
«Abbiamo avuto un approccio molto rigoroso: accantonamenti su crediti per 7,1 miliardi e rettifiche di avviamenti per 6,8 miliardi. Attualmente garantiamo alle sofferenze una copertura specifica del 63% circa e una copertura complessiva del 129%. In prospettiva riteniamo che i margini di recupero saranno molto elevati».
Sì, ma intanto i vostri competitor europei presentano conti migliori
«Non direi. Intesa Sanpaolo è la banca più forte in Europa quanto a solidità e liquidità. Le altre banche europee, soprattutto quelle francesi e tedesche, sono molto più opache di noi sulle coperture dei crediti dubbi; in questo campo le regole del gioco non sono ancora del tutto comuni. Il nostro common equity è pari al 12,3%, ciò significa che siamo in eccesso di 11 miliardi. Siamo davvero una delle banche più solide in Europa, e questo è stato premiato».
Si riferisce alla capitalizzazione, che è arrivata a quasi 40 miliardi…
«In Borsa oggi Intesa Sanpaolo vale più di Deutsche Bank, di Société Générale, di Crédit Suisse, del Crédit Agricole. Quando abbiamo iniziato il nostro lavoro 6 mesi fa valeva solo 24 miliardi. Finora abbiamo avuto una forte capacità di attrazione e ora abbiamo l’ambizione di giocare la partita in Europa senza complessi di inferiorità».
Da dove vuole cominciare?
«Nel private banking il marchio Fideuram con Intesa Sanpaolo Private Banking è il quarto polo dell’eurozona, siamo terzi nell’asset management. Possiamo dialogare con Fidelity, BlackRock, Schroder, Templeton e realizzare una grande alleanza. Il vero potere è nella capacita di distribuzione. Ho intenzione di sviluppare la presenza di Fideuram e del private banking all’estero, assumendo private banker in grado di apportare masse gestite. In questo modo la banca potrà svilupparsi e diventare, come ho annunciato, una macchina da dividendi da 10 miliardi nell’arco temporale 2014-2017».
E intanto stringete sul credito…
«Alle imprese l’offerta di credito e il nostro sostegno non sono mai mancati. Nella crisi abbiamo preso 36 miliardi dalla Bce e prestato 52 miliardi a oltre 720.000 famiglie, piccole e medie imprese. Non ci siamo mai tirati indietro, anzi. Se oggi abbiamo 57 miliardi di non performing loans è perché ne abbiamo fatto fin troppo».
Disoccupazione al 13%. E voi tagliate..
«Si sbaglia. Vedo l’azienda come una casa comune per le persone che ci lavorano, una famiglia. Il termine esubero a me non piace: in banca abbiamo un eccesso di capacità produttiva di circa 4.500 persone. Ma lavoreremo ad un grande progetto di riqualificazione. Crescita, non tagli».
È abbastanza raro, di questi tempi, sentire un manager che non taglia…
«La penso così. E come detto proporrò un’operazione di azionariato diffuso come tappa conclusiva del piano».
Ai dipendenti?
«Sì, un progetto che porti tutti a salire a bordo: il capitale umano è decisivo. Le azioni o gli strumenti finanziari che adotteremo saranno legati alle performance dell’istituto. Per condividere i risultati e la sostenibilità dei nostri progetti».
Intanto gli stipendi d’oro restano…
«Parlo del mio caso, molto diverso da quello dei miei colleghi in Europa. Ho chiesto una riduzione del 30% della retribuzione rispetto a quella di chi mi ha preceduto. In segno di coerenza tra dichiarazioni e comportamenti. Credo di avere una retribuzione adeguata e commisurata alla responsabilità di guida di una banca che per capitalizzazione è tra le prime in Europa e, nella Borsa Italiana, è la seconda società dopo l’Eni».
Ciascuno dovrà fare la sua parte: ora sulla rivalutazione della quota in Bankitalia dovrete pagare il 26%
«Noi ci atterremo rigorosamente alle disposizioni di legge. Allo stesso tempo va richiamato un principio fondamentale: la certezza del diritto. Abbiamo approvato il bilancio il 7 aprile, dopo pochi giorni è stato annunciato un possibile cambiamento del regime fiscale mentre gli investitori hanno bisogno di certezze».
La volatilità dello spread. Quali rischi ci sarebbero per la Banca?
«Forse ogni tanto si dimentica che per una Banca come la nostra avere 60 miliardi di titoli di Stato nel nostro portafoglio e 40 nelle attività assicurative, significa essere uno dei principali creditori dello Stato. Si tratta di un portafoglio che ha stabilizzato ed è tuttora in grado di stabilizzare lo spread. Pensiamo di aver fatto la cosa giusta mantenendo i titoli di Stato italiani e di non aver disinvestito a favore di altri Paesi forti dell’eurozona».

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