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L’Italia “sommersa” non sente la crisi

C’era anche un uomo che incassava la pensione della madre morta da vent’anni tra le 14 persone appena denunciate dalla Guardia di Finanza di Genova. Quattordici persone che hanno continuato a riscuotere gli assegni di soggetti deceduti tra il 1990 e il 2011, sottraendo all’Inps 740mila euro. Un caso-limite, forse, ma indicativo di un Paese che – tra evasione fiscale, criminalità organizzata e truffe ai danni del settore pubblico – ha fatto del sommerso la sua prima industria. E la crisi economica non ha cambiato le cose: anzi, ha dimostrato che la capacità di resistenza del “nero” è superiore a quella dell’economia in chiaro.
Secondo le ultime rilevazioni della Banca d’Italia, nel 2012 il prodotto interno lordo “ufficiale” ha perso il 2,1 per cento. Sul sommerso non esistono stime così precise, ma tutti gli indicatori lasciano pensare che ci sia stata una crescita o, al limite, un arretramento più contenuto di quello sofferto dalle imprese in regola.
Bilancio in rosso
Due settori su tutti valgono come esempio. Nel campo della contraffazione sono gli stessi dati della Guardia di Finanza a dimostrare che la fabbrica dei falsi non si è fermata: i 105 milioni di prodotti contraffatti o pericolosi sequestrati nel 2012 non sono solo il risultato di un aumento delle operazioni delle Fiamme gialle, ma il segno che l’economia illegale si muove comunque. Né potrebbe essere diversamente, visto che operare nel sommerso significa anche evitare il peso crescente di imposte e contributi. L’altro caso emblematico è quello dell’edilizia: secondo le rilevazioni del Cresme, l’anno scorso il totale delle case di nuova costruzione si è dimezzato rispetto al 2007, mentre il numero di quelle abusive è diminuito solo dell’11 per cento. Anche in questo caso l’impressione è che chi opera ai margini della legalità abbia avuto meno difficoltà ad affrontare la crisi economica, rendendo comunque competitiva la sua offerta. Il tutto a danno di chi si sforza di giocare secondo le regole.
«Il Sole 24 Ore» ha considerato anche fenomeni come la criminalità organizzata e la corruzione, che non sono conteggiati dalle cifre ufficiali dell’Istat sul sommerso, che escludono le attività illegali. È fuor di dubbio, comunque, che la parte più grossa dell’economia irregolare sia riconducibile all’evasione fiscale in senso stretto.
Le ultime stime sono ferme a 120 miliardi di tasse evase ogni anno. In attesa di aggiornare i calcoli alla luce delle nuove rilevazioni statistiche sull’economia irregolare, qualche segnale inquietante arriva ancora dal bilancio delle operazioni della Guardia di Finanza su scontrini e ricevute: in un caso su tre gli agenti hanno scoperto qualcosa che non va, e anche in questa circostanza il dato non sembra dipendere solo dalla maggiore precisione dei controlli. Al Sud, addirittura, la situazione peggiora, con un caso su due fuori legge.
L’evasione è anche quella “di alto livello”, che coinvolge il traffico di capitali da e verso l’Italia, comprese le operazioni messe in atto da multinazionali e grandi operatori per tassare utili e profitti in paradisi fiscali.
Gli effetti distorti si fanno sentire anche sul welfare. Solo nel 2012 la Finanza ha scoperto (e denunciato) 3.556 persone che avevano taroccato le attestazioni Isee per ottenere sconti, agevolazioni o contributi cui non avevano diritto: l’importo medio sottratto alle casse pubbliche è di quasi 1.800 euro a contribuente.
Strada in salita
Su tutto aleggiano due domande di fondo: come si è arrivati a questo punto? E come si può, ragionevolmente, uscirne? La prima risposta si intreccia alla storia dell’Italia e delle sue classi dirigenti. La seconda, invece, non può non partire da una considerazione di fondo: quale che sia la strategia prescelta, contrastare il sommerso in un momento di crisi non sarà un’operazione indolore, per i tanti soggetti che hanno fatto affari nell’ombra. Di fatto, si tratterebbe di un colossale spostamento di reddito e ricchezza. Non sorprende, allora, che proprio sulle mosse da adottare i programmi di quasi tutte le forze politiche siano, tutto sommato, approssimativi o reticenti.

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