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L’Italia risponde all’Ue: conti in ordine

«Riteniamo che gli obiettivi siano in linea con i requisiti del Patto di stabilità e crescita e riflettano la strategia del governo di riduzione del deficit e del debito sostenendo allo stesso tempo la ripresa economica in atto. Confidiamo che la commissione ne terrà conto nel suo giudizio». Con un giorno di anticipo rispetto alla scadenza prevista, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, risponde alla lettera della commissione europea che aveva chiesto chiarimenti sul disegno di legge di Bilancio, segnalando il rischio di una «deviazione significativa», di fatto un buco, di 1,7 miliardi di euro.

La deviazione significativa è quella tra la correzione del disavanzo strutturale che il governo italiano ha indicato nella manovra e quella stimata da Bruxelles. Una differenza dello 0,1% del Pil, 1,7 miliardi di euro appunto, che secondo il ministro è «da attribuirsi a una diversa applicazione della metodologia nel calcolo della crescita potenziale», cioè quella che si potrebbe avere sfruttando a pieno le capacità produttive. A questo proposito Padoan ricorda le riforme varate dall’Italia negli ultimi anni, da quella della pubblica amministrazione alla legge sulla concorrenza, sostenendo che «se pienamente implementate» potranno avere un effetto cumulato sul Pil intorno al «3% nei prossimi cinque anni». E sottolinea che l’Italia si fa carico della spesa per la gestione della frontiera meridionale dell’Unione europea, che pesa per lo 0,25% del nostro Pil. La commissione Ue ha fatto sapere che terrà conto della risposta italiana. Il verdetto finale dovrebbe arrivare il 22 novembre.

Il percorso in Parlamento della manovra, nel frattempo salita a 120 articoli, comincia oggi pomeriggio al Senato. Nel vivo, però, si entrerà non prima della settimana prossima con il dibattito in commissione Bilancio. E sarà un inizio subito in salita perché in quella commissione — dopo l’uscita di Mdp, gli scissionisti del Pd — il governo non ha la maggioranza. Il testo, quindi, dovrebbe andare senza relatore in Aula, dove è già certo il voto di fiducia, intorno al 24 novembre. Poi si passerà alla Camera, con il via libera definitivo previsto intorno al 20 dicembre. Così sarebbe possibile sciogliere le Camere prima di Natale e andare alle elezioni all’inizio di marzo.

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