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L’Italia riparte dai suoi talenti

Senza creatività perderemmo il 17% del valore aggiunto del Paese, una cifra monstre che si aggira intorno ai 249,8 miliardi.
Se c’è qualcuno che è ancora convinto che con la cultura non si mangia, avrà da ricredersi leggendo l’edizione 2016 di “Io sono cultura – L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”, rapporto annuale curato dalla Fondazione Symbola e Unioncamere, studio che quantifica il peso della cultura e della creatività nell’economia nazionale.
I dati dimostrano con estrema forza che la cultura è uno dei motori primari della nostra economia e della ripresa che inizia a mostrare i primi segnali, un sostegno strategico alla competitività del made in Italy. Particolarità di questo studio è il fatto che scandaglia il sistema produttivo culturale e creativo nel senso più esteso dell’espressione. Si parte da musei, gallerie, festival, beni culturali, letteratura, cinema, performing arts, architettura, design e comunicazione, fino a contemplare tutte quelle attività produttive che non rappresentano in sé un bene culturale, ma che dalla cultura traggono linfa creativa e competitività che nel testo vengono defnite creative-driven. Il sistema produttivo culturale si ritrova così a essere sezionato in cinque macro settori. «Al di là delle imprese culturali vere e proprie – commenta Domenico Sturabotti, direttore della Fondazione Symbola – ampio spazio lo abbiamo come di consueto dedicato alle aziende di settori non propriamente culturali che dalla cultura si sono lasciate “contaminare”. Il fenomeno esiste a livello globale e se nella Silicon Valley sono le imprese tecnologiche ad assumere creativi, qui da noi sono le aziende del food a guardare in questa direzione. Chi ha saputo lasciarsi contaminare dalla cultura ha risentito meno della crisi».
Il peso della “soft economy”
A livello macro la cosiddetta “soft economy”, sistema produttivo composto da imprese, pa e non profit, genera 89,7 miliardi e attrae altri settori dell’economia fino ad arrivare ai famosi 249,8 miliardi. Un dato comprensivo del valore prodotto dalle filiere del settore, ma anche da quella parte dell’economia che beneficia di cultura e creatività e che da queste viene stimolata, a cominciare dal turismo. Le ricadute occupazionali del fenomeno appaiono tutt’altro che trascurabili: il solo sistema produttivo culturale e creativo dà infatti lavoro a 1,5 milioni di persone (il 6,1% del totale degli occupati in Italia). E se nel periodo 2011/2015 la crisi si è fatta sentire incidendo in negativo su valore aggiunto e occupati del Paese, rispettivamente con il -0,1% e il -1,5%, nelle filiere culturali e creative la ricchezza è invece cresciuta dello 0,6% e gli occupati dello 0,2 per cento.
I segmenti del sistema
Le industrie culturali producono, da sole, quasi 33 miliardi di valore aggiunto, ovvero il 36,6% della ricchezza generata sistema, dando lavoro a 487mila persone (32,6% del settore). Contributo importante anche dalle industrie creative, capaci di produrre 12,7 miliardi di valore aggiunto (il 14,2% del totale del comparto), grazie all’impiego di 250mila addetti. Performing arts e arti visive generano invece 7 miliardi di ricchezza e quasi 127mila posti di lavoro, a fronte di 3 miliardi di valore aggiunto e 52mila addetti per la conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale. A questi quattro ambiti, che rappresentano il cuore delle attività culturali e creative, si aggiungono i rilevanti risultati delle attività creative-driven: 34 miliardi di valore aggiunto (il 38,2% dell’intero sistema culturale creativo) e 577mila addetti (38,7% del totale del sistema culturale e creativo). Considerando la dinamica dei settori, nel periodo 2011-2015, le performance più rilevanti sono quelle connesse al design (+10,8% per valore aggiunto e +13,8% per occupazione), alle produzioni creative-driven (+5,4% per valore aggiunto e +1,4% per occupazione), al videogame (+3,7% per il valore aggiunto e +1% per occupazione), alla musica (+3,0% per valore aggiunto).
Lazio e Lombardia leader
Molto interessanti anche gli spaccati territoriali dello studio. Guardando alle regioni, sul podio della classifica per incidenza del valore aggiunto di cultura e creatività sul totale dell’economia, si piazzano Lazio (prima in classifica con l’8,9%), Lombardia (7,5%) e Piemonte (7,1%). Quarta la Valle d’Aosta (6,6%) e quinte le Marche (6,2%). Seguono Emilia Romagna e Toscana (entrambe al 6%), Friuli Venezia Giulia (5,7%), Veneto e Trentino Alto Adige (entrambe con il 5,6%). La provincia di Milano è prima sia per valore aggiunto che per occupati legati alle industrie culturali e creative (rispettivamente 10,4% e 10,5% del totale dell’economia provinciale). Sul versante del valore aggiunto, seguono Roma, attestata sulla soglia del 10%, Torino al 9,1%, Siena all’8,5% e Arezzo al 7,8 per cento. Quindi Firenze con il 7,5%, Modena e Ancona entrambe al 7,2%, Bologna con il 7,1% e Trieste al 6,7%. Dal punto di vista dell’incidenza dell’occupazione dietro Milano si piazzano Arezzo (9%), Roma (8,8%), Torino (8,5%), Firenze (8%), Modena (7,7%), Bologna (7,6%), Monza-Brianza e Trieste (entrambe al 7,5%), Aosta (7,3 per cento).

Francesco Prisco

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