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L’Italia rialza la testa In ripresa gli investimenti E adesso l’etichetta obbligatoria affronta lo «scoglio» del Consiglio Ue

In giro per il mondo, c’è gran voglia di Italia, voglia di made in Italy. «Dal Messico alla Malesia, agli Stati Uniti, l’Azerbaijan, Singapore… In qualunque Paese io vada, incontro fondi di grandi dimensione interessati al turnaround dell’Italia, alle nostre privatizzazioni e al nostro manifatturiero», dice Carlo Calenda, vice ministro dello Sviluppo economico che segue il commercio internazionale. 
Marchi medi che producono un vero made in Italy. «Le previsioni — prosegue Calenda — ci dicono che la domanda internazionale dei prossimi anni sarà concentrata sui settori in cui il nostro Paese è fortissimo. Il potenziale, insomma, è enorme, ma dobbiamo far incontrare domanda e offerta. Per i grandi investitori, infatti, è spesso difficile approcciare aziende di medie dimensioni come sono quelle italiane». Per questo il vice ministro anticipa che «a breve» il governo definirà la sua strategia per attrarre gli investimenti in Italia e «a metà giugno» saranno pronte le strutture che concretamente dovranno fare in modo che questi investimenti avvengano. Una sorta di Agenzia, come già era stata prevista da Destinazione Italia del governo Letta.
D’altra parte le aziende italiane — come spiega Sace nel proprio rapporto 2012-2016 — per affrontare i mercati internazionali «devono dotarsi di una posizione finanziaria solida che richiederà, in primo luogo, una buona patrimonializzazione. Ciò si otterrà attraverso un maggiore investimento azionario da parte della proprietà o attraverso l’apertura del capitale a terzi, come fusioni e aggregazioni di imprese, ma anche partecipazione al capitale di investitori specializzati». Le previsioni indicano che nei prossimi 4 anni l’export italiano crescerà del 7,9% medio annuo e gli analisti di Sace si attendono una ripresa dei mercati maturi e un rallentamento della crescita dei Bric.
Produzione
Segnali qua e là. Che forse non sono una tendenza (se c’è una cosa che la crisi ha insegnato è che non ci sono più ricette universali e sono cambiate anche le categorie di analisi) ma che meritano di essere presi in esame. Il primo riguarda proprio il luogo in cui i prodotti sono realizzati e qui l’importanza dell’Italia si vede. Campari ha acquistato Averna anche per la sua italianità (intervista a fianco). Prada ha annunciato nelle scorse settimane quattro nuove fabbriche in Italia e un forte ampliamento dell’impianto inglese dell’inglese Church’s. Una nuova fabbrica sta facendo Lvmh vicino a Ferrara. E anche Hermes ha avviato lavori per nuovi insediamenti, ma in Francia, sua terra d’origine.
«Un orientamento che mi pare consistente — dice Daniele Marini, docente all’università di Padova e direttore scientifico del Cmr — è quello di riconsiderate il rapporto con il territorio, che vale in particolare per tutta la filiera agro alimentare, per il calzaturiero, per il tessile moda». Un elemento che porta a riflettere (e a tornare indietro) sulle delocalizzazioni produttive. Soprattutto chi è posizionato sul lusso non può più permettersi di vendere a prezzi stellari ciò che produce altrove a basso costo.
Fiducia
Segnali di risveglio del mercato italiano sono arrivati dall’Istat e soprattutto dall’Ucimu, l’associazione di quelle macchine utensili che rappresentano il primo «avviso» che il meccanismo si è rimesso in modo. Ma qui il presidente Luigi Galdabini frena l’entusiasmo perché la crescita sul mercato interno è stata effettivamente un balzo (+79,3% nel primo trimestre di quest’anno), ma arriva da una crisi talmente pesante che merita aspettare un po’. «Il nostro è un settore storicamente internazionalizzato — spiega Galdabini —. Per quanto riguarda l’Italia quello che mi sento di dire è che forse c’è più fiducia nel manifatturiero». Ora, semmai, questa fiducia non bisogna disperderla subito. «Se avessi la bacchetta magica, l’unico provvedimento che vorrei è per il Paese la stessa governance di un’azienda: stabile e chiara, dove chi comanda possa decidere. È questa la differenza tra noi e gli altri Paesi».
Integrazione
A metà maggio a Piacenza si inaugura il nuovo stabilimento di Nordmeccanica, azienda che produce macchine per imballaggio: rilancia Galileo Vacuum Systems, ex divisione delle Officine Galileo di Firenze (gruppo Fin-meccanica). Cento le nuove assunzioni.
E qui abbiamo un altro dei segnali di quest’ultimo periodo, che possiamo leggere anche nei box qui sotto per l’alimentare e i vini o nell’articolo a pagina 3 sulla Otb di Renzo Rosso. Dopo una totale assenza dal mercato, le aziende italiane fanno prova di integrazione tra di loro, Italia su Italia.
«Fino a pochi mesi fa gli imprenditori erano molto restii ad aprire il capitale a terzi o a ricapitalizzare l’impresa — dice Francesco Caretti, presidente di Caretti Associati e consulente di importanti famiglie imprenditoriali —. Oggi si vede un cambio di passo. Magari non sono nomi noti, di quelli che vanno sui giornali, ma sono rappresentanti di quel tessuto di piccole e medie imprese che caratterizza il nostro Paese».
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