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“L’Italia può diventare un modello mondiale per la qualità della vita”

«Se una persona fa ginnastica prima di andare al lavoro, se cammina per qualche chilometro al giorno, se ha rispetto per sé stesso con uno stile di vita salutare, quella persona avrà più rispetto per gli altri, per lo spazio in cui vive e sarà più produttivo. E tutto questo diventa anche un bene per l’Italia». La ricetta di Nerio Alessandri, il fondatore di Technogym, leader mondiale degli attrezzi da palestra, partito 35 anni fa dal garage di casa nei pressi di Cesena fino a diventare il fornitore ufficiale delle ultime sette Olimpiadi, sembra di facile applicazione. Come restare per tutto il tempo dell’intervista seduti su una “wellness ball”: nello spazio espositivo della società nel centro di Milano sedie non ce sono. «Così, i muscoli lavorano, il sistema neurologico è proattivo e si sta più concentrati. I filosofi antichi studiavano camminando». Sembra un’ossessione; in parte Alessandri lo ammette pure: «Sono venti anni che ripeto questi concetti, ho fatto discorsi, ho scritto libri». Non solo per professione, quindi, è convinto che con una palla da scrivania solleverà il mondo. Ma potrebbe risollevare l’Italia? «Il nostro Paese non dovrebbe farsi sfuggire un’occasione enorme: diventare il primo produttore al mondo di benessere. Abbiamo il petrolio, con le nostre bellezze, le nostre eccellenze: dobbiamo solo estrarlo».
Alessandri, ma come è possibile risalire le classifiche economiche facendo più moto?
«Segua il mio ragionamento. Negli ultimi cento anni è cambiato il nostro stile di vita. Siamo stati fatti per camminare 20-25 chilometri al giorno, come si faceva fino a mille anni fa e ora ne facciamo a stento un paio. I cattivi stili di vita ci rendono più vulnerabili: la sedentarietà aumenta da sola del 40-50% la possibilità di un infarto.
Poi ci sono i cambiamenti troppo rapidi. Come in Cina: passare in pochi anni dal riso all’hamburger, ha portato i diabetici dal 3 al 10% della popolazione e fra tre anni saranno al 18. Per non dire dell’emergenza lanciata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sul dilagare dell’obesità. Se aggiungiamo il fatto che a breve saremo 10-12 miliardi, il benessere nel mondo non sarà più sostenibile se le persone non rimangono in buona salute: i governi non saranno più in grado di garantire l’assistenza e le assicurazioni saranno costrette a cambiare tutti i fattori di rischio. Fin da quando ho creato Technogym la mia idea fissa è aiutare il mondo a muoversi».
Ma qui dobbiamo aiutare l’Italia a uscire dalla crisi. Perché la sua idea potrebbe essere la svolta per il Paese?
«Non voglio sostituirmi ai politici.
Faccio l’imprenditore e parlo di quello che conosco bene. Sono convinto di una grande opportunità: creare il più grande distretto al mondo dedicato alla qualità della vita. Noi in Romagna lo abbiamo fatto, creando assieme a imprese, università, istituzioni, sanità, turismo la Wellness Valley, il laboratorio di questa idea.
Facendo leva sulla nostra cultura che parte dal mens sana in corpore sano degli antichi romani, passa dal Rinascimento e arriva alle eccellenze, che oggi ci vengono riconosciute, del cibo, della moda, del design. E poi le bellezze naturali, la cultura: all’estero incontro solo persone che non capiscono come l’Italia non sfrutti il patrimonio di cui dispone, per attirare investimenti e turisti in cerca della qualità della vita».
Ma non vorrà trasformare l’Italia nella Florida dell’Europa?
«Assolutamente no, la mia idea è completamente diversa. Oltre a valorizzare moda, design, turismo, arte e cultura, bisogna mettere in rete le competenze che abbiamo nella farmaceutica, nella ricerca, nella meccanica al servizio delle nuove tecnologie per la persona.
Inutile illudersi: non saremo mai il nuovo centro dell’informatica mondiale e nemmeno possiamo trasformarci in un Paese di lavoro a basso costo. Occorre reagire e avere un sogno da realizzare».
Facile per chi, come lei, ha creato un piccolo impero, partendo da un garage e con la nonna che passava le telefonate dei clienti perché a casa non aveva la linea. Lei è la prova che un tempo l’ascensore sociale funzionava. Ora molto meno.
«Non è un problema sociale, ma di fiducia. I giovani, come gli imprenditori, hanno bisogno di sentire la fiducia: nel Paese, nelle istituzioni. Perché devono rischiare. Non esiste crescita o innovazione senza rischio. Ma devono avere un sogno: e un sogno si ha e poi si realizza solo se si ha fiducia. Altrimenti, come fanno in molti, i giovani se ne vanno all’estero. Il che non sarebbe un male, perché fanno esperienze. Ma il problema è che non tornano, perché altrove trovano un ambiente in cui sentono che possono realizzarsi».
Come invertiamo la tendenza?
«Torniamo al punto iniziale.
Perché Milano in questo momento ha così successo? C’è fiducia, energia ed entusiasmo. Milano è la dimostrazione che quando le cose funzionano l’Italia non ha nulla da invidiare a nessuno. Se prevale la depressione, il malcontento e quindi la sfiducia è dura fare innovazione».
Non è facile in un Paese in cui, nonostante le eccellenza, la produttività è così bassa…
«Serve una diversa cultura dell’impresa e del lavoro. Nei prossimi anni le aziende di successo saranno quelle che pensano al bene comune, all’ambiente e ai propri dipendenti. D’altra parte, il nuovo analfabetismo non è non saper leggere e scrivere ma non essere in grado di imparare un nuovo lavoro. Con la quarta rivoluzione industriale tutti siamo chiamati a imparare nuove competenze durante la vita professionale.
Bisogna rimettersi in discussione perché la cosa bella del lavoro è che è, o dovrebbe essere, una passione».
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