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«L’Italia prosegua con la riduzione del debito»

«L’Italia ha fatto molti passi avanti, in questi anni, per il consolidamento dei suoi bilanci. Ma il problema del suo debito pubblico è davvero rilevante. Quindi credo che la cosa migliore per il governo italiano, ora, sarebbe continuare nell’opera di consolidamento: non eccessiva, non troppo aggressiva, ma consistente con l’obiettivo a medio termine che il Paese si è dato». 
Davanti a un piattino con «merluzzo nero alla griglia e brodino di funghi selvatici», Olli Rehn riguarda il diario del tempo trascorso come commissario europeo agli Affari economici e monetari: 5 anni, più una decina d’altri passati in precedenza nella stessa Commissione, con altri incarichi. Adesso, una pagina si chiude: fra una settimana, l’economista finlandese, giocatore di calcio e appassionato di musica rock, sarà seduto all’Europarlamento come deputato. È’ il giorno dei rendiconti, perciò.
Restiamo all’Italia: lei raccomanda che il consolidamento dei bilanci prosegua, mentre l’attuale governo preme molto sugli investimenti produttivi, la crescita, una politica diversa dall’austerity passata. Finirà con altre «misure aggiuntive», come si dice spesso a Bruxelles, cioè con un’altra manovra finanziaria magari in autunno?
«Le raccomandazioni economiche che abbiamo diffuso il 2 giugno, per ogni Paese, insistevano sull’importanza per l’Italia di centrare i suoi obiettivi di riduzione del debito pubblico. Il vostro Paese dovrebbe perciò realizzare un significativo balzo in avanti, partendo dal progresso sostenibile su cui è già avviato».
Un auspicio ma niente certezze, dunque. Ma che cosa, in particolare, le fa parlare di «passi avanti» a proposito dell’Italia?
«Beh, per esempio, una delle storie di successo che la Ue può raccontare oggi sui suoi Stati-membri riguarda proprio l’Italia».
Vale a dire?
«Vale a dire, l’accordo firmato fra la Banca europea degli investimenti (Bei) e il vostro governo, per il rinnovamento dello scalo di Fiumicino: 700 milioni di euro».
C’è un altro progetto, citato da una nota dei suoi analisti: «La Bei ha assicurato ingenti finanziamenti in questi ultimi anni al Mose, un sistema ingegneristico ideato per aiutare a proteggere Venezia». Ma è lo stesso sistema che ha portato sotto processo politici e professionisti, per presunta corruzione, un pozzo che avrebbe inghiottito milioni di fondi pubblici…
«Questo è un problema di competenza dei servizi di controllo finanziario. Ma ricordiamoci che la Bei, solo nel 2013, ha concesso in Italia finanziamenti per 10.369 milioni: e di questi, 3.564 solo per le piccole e medie imprese. Posso citare un’altra storia di successo?».
La citi.
«Il contratto finanziario da 570 milioni firmato fra la Bei e Terna, la compagnia che gestisce la rete energetica italiana, è centrato sugli investimenti nell’Italia meridionale. E sosterrà in modo specifico il piano quinquennale Terna 2012-2016, teso a potenziare la rete di trasmissione: in tutto, oltre un miliardo. Un progetto indirizzato soprattutto a Campania, Puglia, Sicilia e Calabria. Non dimentichiamoci poi di com’è andato l’aumento di capitale della Bei».
E cioè?
«Alla fine del suo primo anno (2013) destinato proprio all’aumento di capitale, la banca ha superato il suo obiettivo annuale di prestiti e mutui vari all’interno della Ue, che è di 62 miliardi, concludendo con la firma di contratti per 64 miliardi di euro: un aumento di 20 miliardi rispetto al 2012».
Dati confortanti. E tuttavia questi sono anni tormentati, specie per la gente comune. Lei è stato fra i timonieri della Ue: guardandosi indietro ora, che cosa cambierebbe del passato?
«Cercherei di dar inizio da prima all’azione per stimolare gli investimenti in Europa, cosa che non è stata fatta, forse per un problema di iniziativa politica, o di comunicazione. Questo è stato un fallimento collettivo politico o istituzionale nella governance dell’Eurozona, e io sono pronto a condividere la mia parte di responsabilità. Ma naturalmente, il discorso non può finire qui. Ci sono anche i punti messi a segno».
I progetti della Bei?
«Non solo. Noi non possiamo dire ancora di essere alla fine della strada per uscire dalla crisi, ma una cosa è certa: l’Eurozona non è crollata. E se ora riusciremo a completare progetti fondamentali come quello dell’Unione Bancaria, la stessa Eurozona si confermerà come un esempio di sovranità condivisa, senza però intaccare la regola della sovranità economica di ogni Paese».

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