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Per l’Italia il primo impatto sarà soft Dal 2019 il conto sale oltre i 3 miliardi

Nel 2018 gli impatti delle novità arrivate ieri da Francoforte saranno limitati, ma dal 2019 il conto per le banche italiane rischia di diventare salato, tra rettifiche in più e utili in meno. Per lo meno per chi non saprà dare prova di un’accelerazione della capacità di recupero degli Npl, a una velocità e per un ammontare superiori a quelli imposti dalla Bce. Al lordo di questa voce, le elaborazioni formulate da Prometeia sulle prime dieci banche commerciali italiane prevedono la necessità di coperture aggiuntive per 300 milioni nel 2018, destinate a salire a 3,1 miliardi nel 2019 e poi a crescere ancora fino ad avvicinarsi ai 10 miliardi quando le svalutazioni automatiche saranno ormai entrate a regime, cioè nel 2024 (anche se prima di allora lo scenario potrà subire chissà quali altri scossoni).
Il giro di vite
Le svalutazioni automatiche, ha puntualizzato ieri la Bce, non riguarderanno lo stock dei crediti deteroriati oggi in bilancio, mille miliardi in Europa. Sul trattamento di questo gigantesco fardello, pur in riduzione, nulla è destinato a cambiare almeno per ora. È una buona notizia, soprattutto per l’Italia a cui ne fa capo circa un quarto, vale a dire 263 miiardi lordi. Ma rischia di essere l’unica: dal prossimo anno di fatto partirà una sorta di “ammortamento obbligatorio”, e in particolare l’azzeramento dopo 7 anni del valore dei crediti deteriorati garantiti (sofferenze e utp) rischia di punire due volte gli istituti italiani, più esposti della media europea sui secured (il 67% considerando sia i crediti con garanzie reali che personali) e alle prese con un sistema giudiziario dai tempi lunghissimi (5 anni la media per recuperare un credito).
Sempre per quanto riguarda i crediti garantiti, i recuperi percentuali in media si collocano sul 50-55% con tempi medi di incasso sui 5 anni come media nazionale, stima Prometeia. Per questo, «la svalutazione completa in sette anni pare eccessiva, e sarà quella che più inciderà in negativo sui bilanci delle banche italiane – osserva Giuseppe Lusignani, vice presidente della società di consulenza -. La Bce sembra aver usato per i tempi di recupero medie europee, creando un forte stimolo per i legislatori nazionali ad accelerare le misure giudiziali di recupero crediti». Anche sui crediti unsecured, su cui può essere stimato un recovery medio al 10-15% in un tempo medio di 4 anni, il trattamento rischia di essere più severo del dovuto: «Anche considerando il valore del tempo, una svalutazione al 85% o al massimo 90% del valore di carico sarebbe stata più in linea con i tassi medi di recupero».
Le simulazioni
Ma veniamo agli effetti pratici sui conti degli istituti, che beneficeranno del ritorno ai livelli pre-crisi dei flussi in ingresso ma al tempo stesso pagheranno il prezzo della parità di trattamento per sofferenze e unlikely to pay; fino a oggi le due classi di Npl sono state gestite diversamente a livello di copertura, dal prossimo anno gli “ammortamenti” richiesti da Francoforte saranno uniformi e allineati sui quozienti più elevati, cioè quelli delle sofferenze.
Che cosa capiterà? Si cercherà di accelerare sui recuperi, cioè sull’escussione anticipata di garanzie o sul ritorno in bonis dei crediti, le due mosse che libereranno capitale e ridurranno lo stock deteriorato. Per il resto, ci sarà da aumentare le coperture. Qui il calcolo non è facile, perché si tratta di elaborare proiezioni future su uno stock di cui spesso non si ha neanche piena padronanza (anche solo a livello di mix secured/unsecured): per questo motivo ieri sera dagli uffici dei chief risk officer delle principali banche non trapelavano ancora stime puntuali. Il team di analisti di Prometeia, in esclusiva per Il Sole 24 Ore, è riuscito a elaborare i dati relativi alle prime dieci banche commerciali italiane; nel 2018, si diceva, l’impatto delle nuove soglie sarà contenuto: gli istituti oggi tendono a coprire più del 14% richiesto (cioè la quota di ammortamento di 1/7) i crediti garantiti mentre si tengono più bassi del 50% sugli unsecured, ma i due effetti si bilanceranno portando gli accantonamenti necessari a 7,3 miliardi, solo 300 milioni in più dei 7 miliardi oggi previsti. La musica è destinata però a cambiare dal 2019, quando gli unsecured andranno azzerati e i secured coperti al 29%: il fabbisogno aggiuntivo di coperture salirà a 9,1 miliardi, 3 in più dei 6 ipotizzati attualmente. E rischia di essere solo l’inizio: anziché calare, come contemplato dalla maggior parte dei piani industriali, il costo del rischio è destinato a salire progressivamente. Comportando, a meno di ulteriori giri di vite o allentamenti, un possibile aggravio in termini di svalutazioni pari a 10 miliardi nel 2024. «Da cui, però, andranno sottratti i recuperi che nel frattempo saranno stati conseguiti, al punto che se si dovessero rivelare in linea con le attuali attese il conto al 2024 potrebbe rivelarsi decisamente meno salato», conclude Lusignani.

Marco Ferrando

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