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«L’Italia non può fare a meno dell’Europa»

di Luigi Offeddu

BRUXELLES — Nei bollettini per i naviganti, si chiama «avviso di tempesta». In economia, è la conferma di una recessione generale: il Fondo monetario internazionale ha tagliato dell'1,6% le precedenti previsioni per l'Eurozona e le affibbia ora un Pil (Prodotto interno lordo) in contrazione dello 0,5% nel 2012 e in risalita solo nel 2013, fino al +0,8%. Peggio ancora per l'Italia: Pil giù del 2,2% nel 2012 e dello 0,6% nel 2013 (la sforbiciata alle ultime previsioni è del 2,5% per il 2012 e dell'1,1% per il 2013). Risparmiati soltanto Francia e Germania.
Tutte queste cifre piovono sui tavoli dell'Ecofin, il vertice dei ministri finanziari dell'Unione Europea. E non contribuiscono certo a rischiarare l'atmosfera. Per qualche ora circola anche un'allarmante dichiarazione attribuita a un dirigente Fmi («l'Italia non può farcela da sola»), poi smentita. Nessuno smentisce però un'altra frase: negli ultimi mesi in Europa «sono cresciuti i rischi per la stabilità finanziaria… La ripresa globale è minacciata dalle crescenti pressioni nell'Eurozona». Ma queste stesse previsioni potrebbero essere parzialmente rovesciate: il commissario Ue agli affari economici e monetari Olli Rehn parla anch'egli di «recessione moderata» per la Ue, ma precisa: «nei primi 6 mesi di quest'anno», giudicando poi «verosimile» che il ritorno a una crescita positiva dell'economia avvenga già «nella seconda metà del 2012».
L'Fmi ha invece parole di lode per le ultime riforme italiane («la spesa pensionistica annua è prevista diminuire dell'1,75% del Pil nei prossimi 20 anni») e torna a insistere sulle riforme strutturali.
E però per tutti, anche qui all'Ecofin, il vero approdo di salvezza è il rafforzamento del Fondo, o dei fondi, salva-Stati. Si attende ancora la parola decisiva, dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Una parola che non arriva. Il suo portavoce, attento agli umori dell'opinione interna, ha smentito ieri ciò che fonti diplomatiche avevano ipotizzato poche ore prima: e cioè che Berlino sia disposto a vedere il Fondo Esm (per ora previsto sui 500 miliardi) rafforzarsi fino a 750. Ma poi, il ministro delle finanze Wolfgang Schauble ha detto più o meno «ne riparleremo al vertice Ue di marzo». E ha buttato lì che il problema è legato a quello del «Fiscal compact», il patto di bilancio fra 26 Paesi voluto dalla Merkel. E' stato poi Mario Monti a chiarire indirettamente che cosa stia accadendo: la posizione dei vari Paesi, dunque anche quella tedesca, è «suscettibile di variazione al verificarsi, ormai imminente, di un accordo politico e poi di una ratifica rapida del fiscal compact». E poi: «Chi ha voluto quel Patto voleva sentirsi rassicurato di fronte alla propria opinione pubblica sulla serietà di tutti. Le posizioni evolveranno abbastanza presto in relazione a questo». Basta attendere, dunque. Monti precisa però di non aver chiesto un Fondo da mille miliardi, pur essendo favorevole a un aumento del «potenziale di fuoco»: del resto, «se gli importi saranno tali da essere considerati credibili» dai mercati, allora «è molto probabile che non vengano mai sborsati».
Gli altri messaggi giunti dall'Ecofin sono come sempre a corrente alternata. A cominciare dallo stesso «fiscal compact»: la firma è annunciata per il 30 gennaio, al vertice dei capi di Stato e di governo della Ue; ma c'è un «ma»: la Polonia fa sapere che non firmerà, se non le verrà concesso di partecipare ai vertici dell'Eurozona. Poi c'è la Grecia, e anche qui il segnale è a doppio taglio: l'Ecofin dice di ritenere probabile un accordo sul suo debito pubblico fra pochi giorni, ma intanto boccia l'offerta dei creditori privati (chiedono ad Atene interessi troppo alti) mentre la Germania tuona «non accetteremo ricatti».
Più netto il panorama su altri punti: sul problema dei titoli derivati, in attesa di nuove regole più trasparenti, Bruxelles ha deciso che si apra la trattativa con l'Europarlamento; e sulla richiesta spagnola di allentare i vincoli sul deficit, ha risposto come tutti si aspettavano, cioè con un rotondo «no».
 

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