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«L’Italia non è fragile. Venderemo beni pubblici»

ROMA — «Non solo non escludiamo la cessione di quote dell’attivo del settore pubblico, ma la stiamo preparando come abbiamo già annunciato; presto seguiranno degli atti concreti: abbiamo predisposto dei veicoli, fondi immobiliari e mobiliari, attraverso i quali convogliare, in vista di cessioni, attività mobiliari e immobiliari del settore pubblico, prevalentemente a livello regionale e comunale».
Dopo alcuni mesi di analisi, dibattiti, accenni sull’argomento che apparivano tanto vaghi quanto indefiniti nella tempistica, Mario Monti accelera sul dossier dismissioni di beni pubblici. I primi provvedimenti, dicono a Palazzo Chigi, potrebbero arrivare «prima dell’estate», dunque nelle prossime settimane. E il riferimento del premier nel dettaglio indica una traccia: servizi pubblici locali e municipalizzate, settori e aziende che al momento hanno sul mercato valutazioni, e opportunità di ritorno economico, molto più vantaggiose di quelle delle grandi aziende di cui lo Stato conserva una quota.
È alla fine di una giornata iniziata a Montecitorio, auspicando uno spirito di unità nazionale per fronteggiare la nuova ventata di speculazione contro l’Italia, e conclusa a Berlino, dove ritira un premio e incontra il potente ministro delle Finanze tedesco, Wolfang Schäuble, che Monti dà la notizia. Un’accelerazione che fa il paio con l’esclusione categorica di altre manovre correttive, dopo quelle «pesantissime» adottate ad inizio di mandato.
Non è nemmeno casuale, probabilmente, il luogo dell’annuncio: con l’ospite tedesco, da cui incassa elogi per le riforme compiute, il premier dà ulteriore prova dell’intenzione di procedere con altre misure che possono essere gradite ai mercati, viste con soddisfazione da Bruxelles, giudicate utili ai piani di risanamento finanziario che l’Italia ha accettato. Ma allo stesso tempo avverte in modo chiaro: «Senza crescita (intesa come frutto di misure comunitarie, ndr), nel lungo periodo, l’austerity diventa insostenibile».
Di fronte alla platea tedesca il premier ribadisce la solidità del sistema economico italiano, citando le banche: «Non sarei sicuro, ad esempio, di quale dei due sistemi bancari, tedesco e italiano, sia più solido, tenuto conto di tutti gli elementi che vanno tenuti in considerazione». In sintesi: «L’Italia non è fragile», anche se i suoi cittadini «oscillano spesso fra momenti di euforia irresponsabile e momenti di depressione ingiustificata». La realtà «è che l’Italia ha punti di forza e di debolezza».
Sono parole che completano l’illustrazione delle strategie del governo fatta ai deputati e sulla quale Mario Monti ha incassato il sostegno condizionato dei partiti della maggioranza (in sintesi, da Alfano a Bersani: «Ti appoggiamo, ma devi ottenere dei risultati in sede europea e con la Merkel»). Alla Camera il premier agita lo spettro della «Trojka» (Fmi, Bce e Bruxelles) che toglie sovranità a un Paese che riceve aiuti: sarebbe potuto accadere anche a noi, con il peso di «alienazione, frustrazione e ripulsa», che di solito i «governatori collettivi» impongono in questi casi attraverso sforzi di risanamento.
Uno spettro che ancorché irrealistico per Roma è bene non dimenticare. Perché non è detto che a fine mese il Consiglio europeo sia un successo: Monti avverte che per un pacchetto di misure concrete «ci vorrà il consenso di tutti, l’unanimità; e non sarà facile». E anche per questo le tensioni sui mercati restano «molto gravi». Un motivo in più per chiedere al Parlamento di fare in fretta, votando tutti i provvedimenti all’esame: anche per togliere un alibi a chi dall’estero, «non sempre con simpatia», continua a pensare al nostro Paese come a quello delle mezze riforme.

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