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L’Italia nei radar degli investitori

La grande fuga è finita. L’Italia sta tornando gradualmente sui radar degli investitori esteri dopo che nel 2012, l’anno dei fantasmi del default, il flusso di investimenti diretti esteri (ide) si erano praticamente azzerati.
Nel nuovo rapporto «Italia multinazionale» l’Ice, l’agenzia per l’internazionalizzazione, ricorda come i flussi in entrata sono passati dai 0,09 miliardi di dollari del 2012 a 17 miliardi nel 2013 e il presidente Riccardo Maria Monti si attende per il 2014 un ulteriore aumento fino a superare 20 miliardi con «una forte accelerazione nel 2015». «Negli ultimi 24 mesi l’Italia è tornata ad attrarre investimenti», ha assicurato ieri Monti. Anche se il gap da recuperare è grande: il nostro rapporto tra investimenti esteri e Pil (19,5% nel 2013) è meno della metà dell’Ue (49,4%). Con Il Sud e in parte il Centro praticamente esclusi dai processi di internazionalizzazione, visto che la Lombardia da sola attrae quasi metà degli investitori. Ma è indubbio che l’aria è cambiata, come ha detto anche Sandro de Poli, ad e presidente di General Electric Italia, protagonista dell’acquisizione del settore aeronautico di Avio: «Mai come adesso c’è una forte attenzione per chi investe e riforme come quelle del Fisco e del jobs act rendono l’Italia più attraente».
L’Ice censisce in tutto 9.367 imprese italiane a partecipazione estera a fine 2013 che occupano 915.906 dipendenti conun giro d’affari di 497,6 miliardi. Gli ide in Italia premiano in misura maggiore rispetto al dato europeo la componente industriale: quasi un terzo degli investimenti guarda infatti alla manifattura. Anche se a fronte di molte acquisizioni anche di un certo rilievo, c’è una «forte marginalità» degli investimenti greenfield (cioè i nuovi insediamenti), quelli che danno il maggiore contributo alla crescita. Riguardo alle origini geografiche degli Ide, a fronte di una riduzione della consistenza delle partecipazioni da Nord America ed Europa, che rimangono di gran lunga i maggiori investitori (l’85% delle imprese), il fenomeno da rimarcare è la forte crescita delle partecipazioni delle «emerging multinationals» con base in Cina, India, Russia e altri Paesi asiatici. Investitori, questi, cresciuti del 255% dal 2000, contro il +17,5% di Usa e Ue.
Se il dato sul flusso in entrata mostra i primi segnali di risveglio quelli in uscita fanno vedere come le nostre imprese, in anni di crisi, siano riusciti a presidiare i mercati: 32 miliardi gli «Ide» italiani nel 2013. Con il 2014 sulla stessa scia, con «circa 30 miliardi» di investimenti attesi, avverte Monti. Il rapporto dell’Ice sottolinea la «buona tenuta all’estero delle grandi imprese» e la crescita del coinvolgimento delle Pmi nei processi di internazionalizzazione con un aumento della presenza in Nord America dove all’operazione Fiat-Chrysler si sommano «numerose altre iniziative di grande e media taglia». Sono 11,325 le imprese italiane con partecipazioni all’estero per 1,537 milioni i dipendenti e un fatturato di 565,3 miliardi di euro. Ma a questi fattori positivi si accompagna una scarsa presenza nel Pacifico («nuovo epicentro dell’economia mondiale») e la bassa internazionalizzazione di molti settori terziari e del Mezzogiorno.

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