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«L’Italia ha i mezzi per uscire dalla crisi»

Quello che oggi sappiamo: «Stiamo subendo danni enormi in termini di vite umane, di benessere personale, di economia nel suo complesso». Quello che oggi non sappiamo: «Come i modelli di consumo, di investimento, di produzione, di commercio internazionale cambieranno nel mondo del dopo Covid». A Daniele Franco, direttore generale della Banca d’Italia, ricordarlo serve per introdurre la questione chiave di questi tempi stravolti dalla pandemia. Lo choc economico, dopo l’emergenza sanitaria, è stato, è e purtroppo ancora sarà tale da inchiodarci qui, a cercare di gestire il presente e assorbirne l’impatto. Ma se è vero – e lo è — che questa crisi cambierà molte se non tutte le regole del gioco, allora la cosa realmente importante è attrezzarci per immaginare quali saranno, domani, i nuovi paradigmi. E provare, magari, ad anticiparli.

Franco non si limita al solito, facile elenco. Per la sua prima uscita pubblica dacché è in Bankitalia ha scelto la diretta online del Corriere della Sera dedicata, ieri, alla ricerca-analisi da cui L’Economia e ItalyPost hanno ricavato i nomi (e le storie) delle mille migliori piccole-medie imprese del Paese. L’abbiamo intitolato «L’Italia genera futuro», senza punti interrogativi, non per una provocazione fuori dalla realtà: perché, a una settimana dalla ripartenza, restano settori totalmente azzerati, rimangono incognite e paure, ma a prevalere è una fortissima voglia di Ricostruzione. La domanda semmai è: ci sono le basi? E a quali condizioni?

Franco ha lo stesso tono pacato quando analizza in modo crudo quello che non va e quello che invece, comunque, ci può far ripartire. Nel primo caso: è il mondo intero, a essere preda dell’incertezza e di una recessione doppiamente pericolosa perché al crollo della domanda somma quello dell’offerta, e l’Italia cui viene attribuito un calo del Pil 2020 tra l’8 e il 9,5% già arriva da due decenni al minimo. «Nel 2019 non avevamo ancora recuperato il Pil del 2007». Le cause le conosciamo: troppa burocrazia, pochi investimenti, poca ricerca, poca formazione, troppi cervelli lasciati fuggire. Quel che conta, oggi, è che dallo choc innescato dal Covid-19 si può e si deve uscire superando questi limiti. È l’opportunità dentro la crisi. Non dimentichiamo mai, dice il direttore generale di Bankitalia, che «dietro la caduta del Pil ci sono persone, famiglie e imprese, che la sfida è molto difficile ma abbiamo punti di forza: studenti e operatori economici brillanti, imprese dinamiche e innovative come quelle che il Corriere ha riunito qui». Neppure loro possono però farcela da sole. Appartengono a quel 10% appena che, come sottolinea Domenico Fumagalli (Kpmg) nella tavola rotonda con Nicola Monti (Edison) e Thomas Miao (Huawei), «sta provando a immaginare il futuro». Ma è poco, il 10%. Per dirla con Franco: «Diventa importante il ruolo della politica economica». Chiamiamola «visione». Dopodiché, se «l’intervento pubblico è cruciale, non è la panacea per tutto. Ci sono settori, come il turismo o la mobilità, totalmente spiazzati». Perciò sì, vanno messi in conto anche «interventi di sostegno a fondo perduto», perché così è nelle «economie di guerra». E sempre — sempre — occorre ricordare che «il motore dell’economia, dell’innovazione e della crescita sono le imprese». Per evitare che muoiano, magari «schiacciate dai debiti», sarà importante anche rafforzarne il capitale ed è «essenziale che il credito affluisca con facilità». Che il sistema bancario «sostenga questo sforzo è necessario», scandisce Franco. Giampiero Maioli, numero uno di Crédit Agricole in Italia, conferma e assicura: «Lo stiamo facendo».

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