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L’Italia lega il suo «sì» alla maggiore flessibilità sul debito pubblico

A debita distanza dai riflettori mediatici, oscurata dalla partita delle nomine, che avrà probabilmente un doppio step, almeno formale, con un nuovo Consiglio europeo convocato nella seconda metà di luglio, l’Italia in queste ore sta trattando il suo assenso per la composizione della nuova Commissione anche chiedendo maggiore flessibilità sul percorso di rientro del debito pubblico. 
Matteo Renzi ha dato questo mandato ai suoi sherpa: oggi si presenta al vertice europeo convinto che «l’enfasi della Merkel sulla crescita è anche la nostra», che l’obiettivo di cambiare verso alla Ue «è ormai a portata di mano», che l’accordo sui nuovi vertici della Ue «deve essere globale» e in qualche modo concludersi fra stanotte e domani, ma nei colloqui di queste ore con il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, nei contributi che gli ambasciatori Varricchio e Sannino, oltre che il sottosegretario Gozi, hanno chiesto venissero inseriti nel documento che stasera verrà presentato, l’obiettivo principe dell’Italia è insieme «una svolta politica sulle politiche di crescita, nazionali ed europee» e in questo senso anche un trattamento meno fiscale sul nostro debito pubblico. Dal 2015 in base al Fiscal Compact il nostro Paese dovrebbe fare delle correzioni annue che rischiano di pesare ulteriormente sul groppone di un’economia stagnante; quello che Roma invece chiede al nuovo governo di Bruxelles è un percorso di rientro che tenga conto delle riforme strutturali che l’Europa ci chiede e che costeranno non poco in termini di finanza pubblica.
Come e se questo si tradurrà nei prossimi documenti o nelle prossime conclusioni dei Consigli, è ancora materia di discussione diplomatica e politica, ma di sicuro è questo uno dei primi interessi italiani: sfruttare gli elementi di flessibilità che pure sono contenuti nel trattato, sul finanziamento delle riforme strutturali e sulle ricadute sul debito. «Quello che chiediamo e su cui abbiamo coagulato un consenso ampio — riassume Sandro Gozi — non sono regole diverse, ma una svolta politica nell’agenda della Ue: smetterla di farne una cosa di soli bilanci, programmare politiche di crescita e di investimenti comuni e trattare in modo diverso chi investe sulla crescita».
Le aperture della Merkel al concetto di flessibilità, pur all’interno delle regole vigenti, sembrano andare in questa direzione. Nel quadro programmatico che Renzi e i socialisti europei puntano a definire per il futuro dell’Unione c’è proprio questo tipo di scambio: permettere ai Paesi che ne hanno bisogno di fare le riforme strutturali senza il fiato sul collo del Fiscal Compact e degli altri Trattati. Anche per discutere di questi punti ieri Renzi è salito al Colle, anticipando a Napolitano gli argomenti e i temi che stasera, nel vertice di Ypres, verranno trattati. Nella città belga che seppellì più morti di tutte le altre città del Belgio nelle battaglie contro i tedeschi della Prima guerra mondiale, stasera il nostro premier cercherà di chiudere non solo sul pacchetto di nomine, ma anche sugli obiettivi che ieri una nota del Quirinale teneva a rimarcare: ovvero «le prospettive che oggi si presentano per un mandato di forte rinnovamento delle politiche dell’Unione Europea, su cui si impegni il candidato presidente della Commissione».
Ieri Renzi ha anche ricevuto una telefonata del presidente americano Barak Obama: scambio di impressioni soprattutto sull’Ucraina, condoglianze ironiche della Casa Bianca sull’uscita dell’Italia dai mondiali brasiliani, riconoscimento delle «ambiziose riforme strutturali» messe in campo dal nostro Paese, «uno dei pilastri» della Ue.
Marco Galluzzo
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