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L’Italia invece no

L’Europa è femmina, l’Italia è maschio: una grossolana semplificazione? No, un dato di fatto imbarazzante che ci qualifica come il Paese con la classe politica più retrograda dell’Unione.
Il quintetto delle leader di partito nonché ministre finniche che guidano un dicastero, peraltro a maggioranza femminile, solo dalle nostre parti può apparire eccentrico. Svegliamoci: altrove, in giro per l’Europa, la storia dell’emancipazione delle donne ha già compiuto il suo corso naturale. In Scandinavia, certo, ma mica solo lassù: ormai pure negli uffici del potere di Bruxelles e Francoforte. Non sarà (anche) il troppo rosa che li popola a suscitare la diffidenza dei sovranisti macho di casa nostra, cultori dell’Uomo Forte?
Sanna Marin, che in questo momento è anche la premier più giovane del mondo, affianca come presidente di turno dell’Ue la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, e la presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde. Senza dimenticare che in cabina di pilotaggio del paese-locomotiva d’Europa, la Germania, resta una cancelliera di nome Angela Merkel.
Ieri il segretario del Partito democratico, Nicola Zingaretti, ha salutato la nomina di Sanna Marin twittando che «è una bellissima notizia per l’Europa». Vero. Peccato che l’organigramma del suo Pd risulti attualmente monocromatico dal punto di vista della parità di genere: sono infatti maschi il vicesegretario (Andrea Orlando) e i capigruppo parlamentari (Graziano Delrio e Andrea Marcucci). Mentre risulta vacante la carica di presidente del partito detenuta fino allo scorso settembre da Paolo Gentiloni. A completare il quadro, è uomo anche il democratico italiano eletto alla presidenza del Parlamento europeo: David Sassoli.
Per la verità, nella mozione congressuale con cui si era candidato a segretario del Pd, Zingaretti preannunciava la sua determinazione a seguire il modello applicato in Germania prima dai Verdi e poi dalla Spd: «Per ciascun organismo, la doppia direzione uomo-donna». E la primavera scorsa, nel suo libro Piazza Grande , aveva assicurato: «L’ho messo nel mio programma e lo faremo». Stiamo ancora aspettando.
Sembra che in Italia siano davvero insormontabili gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione della parità di genere nelle posizioni di vertice della politica, ammesso e non concesso che questa possa risultare una scusante per un partito a vocazione progressista: su venti presidenti di Regione, l’unica donna è la leghista Donatella Tesei, di recente eletta in Umbria. E sempre a destra troviamo l’unica segretaria di partito: Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia. Per il resto, da Leu a Italia Viva fino al MoVimento 5 Stelle, e poi dalla Lega a Forza Italia, a comandare sono tutti uomini. Fa parziale eccezione la piccola formazione +Europa che oggi soffre forti divisioni interne ma ha per fondatrice Emma Bonino.
Per numero di abitanti, l’Italia è dieci volte più grande della Finlandia. Ma questo non significa nulla, perché anche in Italia le donne sono più numerose degli uomini: per la precisione, sono quasi due milioni in più. Il fatto è che contano molto, ma molto di meno. Non solo nel mondo del lavoro, dove i differenziali nelle retribuzioni (gender gap) sono fra i più alti d’Europa, ma anche nella rappresentanza politica. Con una particolarità: in settant’anni, dal 1948 al 2018, le donne elette in Parlamento sono balzate dal 5% al 35%, ma la percentuale precipita brutalmente quando si tratta di accedere a incarichi di responsabilità. Tanto è vero che, nella ormai lunga storia della nostra Repubblica, fino ad oggi mai nessuna donna ha guidato un governo. Né tanto meno è stata eletta al Quirinale.
Ha riscosso molto successo, giovedì scorso, la docu-fiction televisiva di Rai1 dedicata a Nilde Iotti, prima donna nominata presidente della Camera nell’ormai lontano 1979. Altre figure femminili protagoniste della Prima Repubblica — una per tutte: Tina Anselmi — vengono ricordate con speciale ammirazione. Ma poi è come se si fosse innestata la retromarcia: sempre più di frequente le donne chiamate a incarichi istituzionali sono divenute oggetto di grossolani attacchi di natura sessista. Che, da ultimo, non hanno risparmiato neppure la memoria di Nilde Iotti. Allusioni di natura estetica, insinuazioni sui loro costumi, manichini bruciati. Una sorta di riscossa maschilista che non si è arrestata neppure quando sono esplosi gli scandali delle escort offerte come bustarelle al potente di turno, e delle cosiddette “cene eleganti” in casa di Berlusconi quando era presidente del Consiglio. Ci siamo fatti ridere dietro in tutto il mondo col ritornello “bunga bunga”. Rafforzando lo stereotipo del maschio latino dominatore sciupafemmine, tuttora convinto dell’inferiorità della donna.
Ciò che in Europa è ovvio, in Italia resta un miraggio. La libertà delle donne è avvertita come una minaccia dai tribuni sboccati del politicamente scorretto, ai quali “lei” piace solo quando strepita come una volta strepitavano gli scaricatori di porto.
Così, siamo rimasti tagliati fuori da una rivoluzione culturale che, attraverso le donne alla guida della cosa pubblica, si manifesta anche nel linguaggio della politica, nella sensibilità alle problematiche della cura, nella prevenzione della violenza sociale e di genere, nella ricerca — perché no? — di nuove forme di eleganza.
Finlandia batte Italia 5-0. Siamo finiti davvero in zona retrocessione. Pur di non cambiare i titolari della squadra, preferiamo giocare in serie B.

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