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L’Italia fa gola ai fondi esteri

«L’Italia è un Paese interessante con un tessuto imprenditoriale diversificato e un mercato con forti potenzialità». A parlare è Thomas Kermorgant, managing director per il Sud Europa del fondo americano Cobe Capital, che a gennaio ha acquistato da Marazzi lo storico marchio di sanitari abruzzese Hatria, allora in difficoltà. «I punti di forza di questa azienda – spiega Kermorgant, che ricopre anche il ruolo di presidente di Hatria – erano uno stabilimento all’avanguardia e la qualità del prodotto. La produzione è ripartita a febbraio e lavoriamo a pieno ritmo». Ora, aggiunge Kermorgant, «puntiamo a rilanciare la rete di distribuzione per raddoppiare la quota di mercato, in Italia e all’estero. Il nostro non è un investimento puramente finanziario, ma di tipo industriale di lungo periodo» .
Lo shopping di Cobe Capital non è un caso isolato. Le imprese italiane tornano a far gola ai fondi di private equity internazionali: nel primo semestre di quest’anno sono stati realizzate 19 operazioni rispetto ai 9 dello stesso periodo del 2013. Un esborso totale di 1,037 miliardi, circa il 60% in più se confrontato con i primi sei mesi del 2013. Tanto che oltre la metà degli investimenti (il 55%) porta una bandiera internazionale. Lo dimostra la fotografia scattata dall’Aifi (l’Associazione italiana del private equity e del venture capital).
«I dati – spiega il direttore generale Anna Gervasoni – sono il riflesso di una ritrovata stabilità del nostro Paese. I timori di un rischio Europa e di un’emergenza Italia all’interno dell’area euro sono stati fugati, anche grazie agli sforzi del governo e delle associazioni di categoria che hanno saputo creato un habitat più favorevole per gli investimenti». I livelli attuali non sono ancora quelli di prima della crisi, ma l’inversione di tendenza è iniziata. «Gli advisor hanno numerosi progetti sul tavolo e questo ci fa ben sperare in una riconferma del trend anche nella seconda parte dell’anno».
A sorpresa la maggioranza dei fondi internazionali che hanno scommesso sul nostro Paese (il 63%) non ha sede in Italia. La classifica della provenienza vede in testa la Francia (7), seguita dagli Usa (5) e dalla Gran Bretagna (3). Le prede più appetibili sono i “gioiellini” del Made in Italy, con prodotti e competenze da proiettare sul mercato globale o con una presenza già consolidata all’estero. In prevalenza aziende del Nord, con Emilia-Romagna e Lombardia in testa, nei settori del lusso, dell’alimentare o della meccanica. Come Versace, dove il fondo Blackstone ha fatto il suo ingresso con una quota del 20 per cento. O la griffe veneta Forall-Pal Zileri che ha aperto le porte a Mayhoola, veicolo di investimento dei reali del Qatar, oggi proprietario del 65 per cento. Ma anche gli ingredienti per il gelato di Optima Mec3 finiti nel radar di Riverside Company. O Fabbri Vignola, specializzata nella produzione di macchine e film per il packaging alimentare, che ha allargato il suo azionariato al fondo americano Lincolnshire.
Pezzi di Italia che se ne vanno o opportunità di crescita? «Se il quartier generale resta nel nostro Paese – spiega Gervasoni – le imprese italiane non perdono competenze. Anzi, l’ingresso di un fondo nel capitale rappresenta un’occasione per crescere e valorizzare il marchio».
Se il nostro Paese riconquista appeal, più in salita appare invece oggi lo shopping dei fondi di private equity con bandiera tricolore a livello europeo. Al contrario degli altri big, l’Italia non ha infatti ancora recepito la direttiva Aifm (Alternative investment fund managers) che punta ad armonizzare le regole dei gestori di fondi alternativi, tra i quali rientrano anche quelli di private equity e di venture capital. Il termine fissato da Bruxelles per adeguarsi era il 22 luglio. Oggi i fondi italiani che vogliono operare all’estero non hanno perciò il necessario passaporto europeo. Una situazione che secondo l’Aifi pone gli operatori italiani in condizioni di «svantaggio competitivo».

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