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L’Italia entra in Qwant, l’anti-Google

MILANO .
L’offensiva europea contro lo strapotere di Google prosegue. Anche con mezzi imprenditoriali, meno solenni di quelli legal- politici in atto da cinque anni ma che possono rivelarsi più efficaci, rosicchiando quote di un mercato che in Europa vale 20 miliardi e colpevolmente lasciato al monopolista Usa per il 97%.
Una delle idee che si stanno materializzando è quella di un motore di ricerca europeo, con un algoritmo più “agnostico” e discreto di quello del colosso di Mountain View, partecipato dalle maggiori aziende continentali e benedetto dai grandi stati membri: Francia, Germania, e presto, si dice, l’Italia. La scatola societaria c’è già: è Qwant, società fondata nel 2011 in Francia e rilanciata l’anno scorso imbarcando Axel Springer, grande editore tedesco che ne ha comprato il 20% sborsando 5 milioni più altri in pubblicità.
Il terzo giro di raccolta fondi di Qwant passa sotto le Alpi. Secondo fonti di mercato, infatti, con probabilità l’aumento di capitale in agenda entro fine marzo 2016 – data di lancio di Qwant in Italia – sarà versato da soci tricolori. Il dossier, seguito dalla Presidenza del consiglio, è su tavoli importanti. Quello di grandi operatori delle tlc nazionali e del credito, i settori per i quali l’attività di Qwant è più strategica. Si dice sul mercato che importanti gruppi italiani stiano valutando con interesse la proposta, di investimento e di partnership industriale in una tecnologia proprietaria utile alle loro ricerche di mercato, e che ha il vento in poppa delle istituzioni comunitarie. Il 27 ottobre all’Eliseo, nella Digital Conference franco-tedesca, Qwant è stata tra le aziende protagoniste: davanti al ministro francese dell’Economia Emmanuel Macron e al vicecancelliere di Berlino Sigmar Gabriel è stato annunciato un finanziamento da 25 milioni a suo favore, erogato dalla Banca europea degli investimenti, dopo un esame durato sei mesi e su multipli che implicano una valutazione di Qwant già superiore a 100 milioni. Tale cifra comunque è già quadruplicata dalle stime iniziali, e secondo documenti interni dell’azienda ciò si deve alla crescita continua dei dati di traffico nell’area d’origine franco-tedesca, con percentuali a due cifre mese dopo mese e «senza forme di marketing».
Sempre a Parigi, il 27, è stata annunciata un’altra iniziativa che attesta come le istituzioni europee vogliano dare risposte politiche e di mercato rapide a Google. Le tre casse nazionali dei paesi più sensibili alle istanze di cui Qwant è portatrice – la Caisse des depots francese, la tedesca Kfw e la Cassa depositi e prestiti nostrana – hanno stanziatoalcuni milioni di euro per costituire un fondo che investa in nuove imprese del settore tecnologico.
Ormai nelle stanze del comando europee è a tutti chiaro quale grave errore sia stato concedere il “safe harbor” alle multinazionali Usa, che dal 1998 con questo accordo hanno trasferito a piacimento miliardi di dati di cittadini europei con l’argomento che tanto gli Stati Uniti erano un porto sicuro (ma il caso Snowden ha mostrato che sicuro non era, e quanto potere avessero le autorità Usa su Facebook, Apple, Google, Microsoft). Anche le pratiche commerciali aggressive del motore californiano sono nel mirino dell’antitrust Ue, da aprile. Google, che rischia multe fino a 6,6 miliardi di dollari, avrebbe replicato, in un documento anticipato dal Wall Street Journal , che «non c’è base legale per imporre sanzioni», e «le conclusioni preliminari della Commissione Ue sono così ambigue che la stessa per tre volte diede per risolta la contesa».
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