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L’Italia digitale agli ultimi posti nella Ue

MILANO
Anche quest’anno i voti della Ue sullo stato di salute digitale dell’Italia mandano il Paese dietro la lavagna. Certo, l’annuale analisi di Bruxelles sul “Digital economy and society index” (Desi) è accompagnata dal riconoscimento di essere fra gli Stati con punteggio inferiore alla media, ma con tassi di crescita maggiori. Insomma un’Italia nel gruppo dei Paesi “catching up”, assieme a Lituania, Spagna, Croazia, Romania e Slovenia.
È poco però. Troppo poco per una classifica che ci vede inchiodati al 25esimo posto su 28. Peggio hanno fatto solo Grecia, Bulgaria e Romania. In realtà, a leggere le cronache dello scorso anno anche allora l’Italia era 25esima. Ma l’aggiornamento della Ue ha fatto perdere una posizione in classifica: superati dalla Croazia. «Nell’ultimo anno – si legge nel report – ha fatto pochi progressi in relazione alla maggior parte degli indicatori». E in più: «Le prestazioni dell’Italia sono ancora inferiori a quelle della Ue».
Al punteggio che relega l’Italia nei bassifondi del ranking europeo si arriva miscelando 30 indicatori, con dati al 2015, tranne 4 al 2014. La Ue riassume poi i risultati in cinque categorie: connettività; competenze digitali; propensione all’uso dei servizi digitali; integrazione delle tecnologie digitali nel business; digitalizzazione dei pubblici servizi.
Si arriva a un indice sintetico con un punteggio che per l’Italia è 0,4 a fronte di una media Ue di 0,52. Danimarca (0,68), Paesi Bassi e Svezia (0,67) sono lontani.
Dietro a questi numeri ci sono tutta una serie di dati. E quindi a livello generale si scopre, per esempio, che nei 28 Paesi della Ue il 71% delle famiglie ha accesso alla banda ultralarga (almeno 30 Mbit al secondo di velocità in download) rispetto al 62% dell’ultima rilevazione. E anche il numero di abbonamenti alla banda larga (sopra i 2 Mbps) mobile è in aumento: da 64 per 100 abitanti nel 2014 ai 75 attuali.
È chiaro che differenze ci sono, in alcuni casi anche notevoli, fra parte alta e bassa della forchetta. E così il 76,4% di cittadini Ue che usa internet regolarmente (almeno una volta a settimana) è a metà fra il battistrada Lussemburgo (96,8%) e la maglia nera Romania (51,8%), con un’Italia che ha il 63,4 per cento. Allo stesso modo il 30% di abbonamenti in banda ultralarga sul totale è un dato di media fra il 78% del Belgio e il 2,79% della Croazia (l’Italia ha il 5,4%).
«Sono sempre più numerosi in Europa – ha commentato Andrus Ansip, vicepresidente della Commissione Ue e commissario responsabile per il Mercato unico digitale – i cittadini, le imprese e i servizi pubblici che imboccano la strada del digitale. Ma troppi di loro s’imbattono ancora in problemi quali mancanza di copertura internet ad alta velocità o di servizi online transfrontalieri della Pa e difficoltà per comprare o vendere attraverso le frontiere». I progressi della Ue «ci sono, ma sono troppo lenti. Non possiamo riposare sugli allori. Se vogliamo metterci al passo con Usa, Giappone e Corea del Sud, dobbiamo darci da fare», ha dichiarato dal canto suo Günther H. Oettinger, commissario responsabile per l’Economia e la società digitali.
La Ue è al lavoro, pur con i suoi tempi, sulla creazione di un mercato unico digitale e su proposte per avvicinare i cittadini a uno standard più accettabile. Al momento però la situazione è questa. E l’Italia è in coda nel ranking e indietro rispetto alla media Ue in due terzi degli indicatori.
Il dettaglio è in molti casi impietoso. Per la “connettività”, ad esempio, siamo 27esimi: penultimi. La banda larga fissa (sopra i 2 Mbps al secondo) è a disposizione del 99% delle famiglie e anche nella diffusione della banda larga mobile l’Italia è migliorata ed è alla pari con la media Ue (75%). Ma siamo ultimi per sottoscrizioni in banda larga fissa (53%). E il 5,4% di abbonamenti “superveloci” (a giugno 2015) è sì cresciuto rispetto al 3,8% di dicembre 2014, ma è lontano dal 30% di media.
Anche sul versante del “capitale umano” non va granché: l’Italia è 24esima, con un terzo degli italiani che sostanzialmente non usa internet (qui siamo 25esimi) e competenze di base in meno di un cittadino su due (43% contro 55% di media Ue).
Da qui si arriva dritti a quello che è il peggiore risultato per l’Italia. Sull’uso di internet infatti, vale a dire sulla sulla propensione a usare i servizi digitali, il Paese è ultimo. Lo studio parla di scarso uso o comunque di scarsa fiducia quando di tratta di fare transazioni online (soprattutto) o interagire con gli altri. Bene invece la crescita nell’e-shopping (dal 35% al 39% dei 16-74 enni), ma l’Italia è 25esima in Europa e molto sotto il 65% di media. Va un po’ meglio sull’“integrazione delle tecnologie digitali nel business” dove l’Italia è al 20esimo posto (stabile), con punteggio che passa da 0,29 a 0,31 (media europea a 0,36) e progresso importante (dal 22esimo al 14esimo posto) nel peso dell’e-commerce nel fatturato delle Pmi, anche se all’8,2% del totale (contro il 9,4% di media Ue). Del resto le Pmi che vendono online sono il 6,5% del totale: ben poche rispetto al 16% della Ue, anche se sopra il 5,1% del 2014.
Ultima notazione sull’e-government. Qui l’Italia è nella sua migliore posizione: 17esima. Ma nel Desi 2015 era 16esima.

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