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L’Italia chiusa è un miraggio 71 mila aziende lavorano in deroga

ROMA — Fatto l’elenco, trovata la deroga. Prima ancora che l’Italia riapra, c’è chi non ha di fatto mai chiuso. Quasi 71 mila aziende in questi giorni hanno inviato ai Prefetti la comunicazione per poter produrre. Il 67% nelle quattro regioni del Nord più industrializzate, ma anche più colpite dall’epidemia: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte. Funziona così. Basta una semplice autocertificazione in cui gli imprenditori dichiarano di svolgere attività funzionali alle filiere essenziali – come sanità, trasporto, logistica, agroalimentare – identificate dagli ormai famosi codici Ateco, allegati al dpcm Chiudi Italia del 22 marzo e resi più stringenti, dopo una dura battaglia tra sindacati e Confindustria, nel decreto del Mise datato 25 marzo. Vale il silenzio- assenso. Se il Prefetto nulla dice nel frattempo, l’attività prosegue. Per i sindacati – non sempre coinvolti nei tavoli in prefettura nelle migliaia di domande si nascondono molti “furbetti dell’Ateco”: aziende che dicono di essere nelle filiere essenziali e non lo sono o che hanno chiesto di straforo alle Camere di Commercio di cambiare codice dopo i decreti.
La Uil ne ha contate 71 mila di comunicazioni. La Cgil 65 mila. Ma, dice la vicesegretaria Gianna Fracassi, «saremo ormai a 75 mila, crescono a vista d’occhio e questo rende impossibile sia ai Prefetti che ai sindacati verificare il nesso di funzionalità con le attività essenziali». Ecco che anche il dato Istat – il 34% delle attività produttive, compreso però il sommerso, è fermo – potrebbe essere sovrastimato.
«Anche in un momento così grave non c’è attenzione alla vita delle persone», osserva Pierpaolo Bombardieri, segretario generale aggiunto della Uil. «Se la comunità scientifica chiede di limitare al massimo gli spostamenti, al punto che si multa anche chi sta non lontano da casa, le produzioni vanno ridotte e in ogni caso messe in sicurezza in base al protocollo del 14 marzo: non sta avvenendo».
Alcuni casi sono eclatanti. Francesco Bertoli, Cgil di Brescia, racconta che nella sua città, duramente colpita dal Covid-19, il 70% delle attività dovrebbe essere fermo: «Così non pare e sono già arrivate 4.860 comunicazioni al Prefetto, appena 860 quelle analizzate: impossibile capire chi bara e chi no, anche perché il decreto con i codici Ateco è scritto male e lascia molte scappatoie ». C’è ad esempio un’azienda che fabbrica passeggini, non essenziale, che chiede di continuare a produrre perché vende su Amazon. E Amazon è essenziale perché è nella logistica. «Ci siamo opposti: se fanno tutti così allora nessuno deve chiudere», dice Bertoli. Diverso il caso della Beretta che fa parte del settore difesa, autorizzata a produrre: ha una commessa di fucili dagli Usa e, seppur con la forza lavoro ridotta, continua ad operare. Stessa situazione in Veneto. «Oramai saremo oltre le 15 mila deroghe », racconta Cristian Ferrari (Cgil). «Qui Confindustria non capisce che anticipare i tempi non fa ripartire il Pil, ma il virus. Nessuno tifa per il blocco produttivo. Anzi, i lavoratori sono i più colpiti: in Cig ora, senza posto domani. Ma emergenza sanitaria ed economica sono facce della stessa medaglia. Per chi stiamo producendo se c’è la glaciazione dei consumi ovunque?».
In Piemonte, specie a Cuneo, le domande di deroga corrono. «Ma i Prefetti sono oberati e poco attrezzati a discernere filiere e produzioni», dice Massimo Pozzi (Cgil). «Ci affideremo a loro anche per la riapertura? ». Luigi Giobbe, Cgil Emilia Romagna, riferisce di un «flusso continuo di deroghe, saremo a 20 mila: ma il 50% dovrebbe essere chiuso». Rimane il caos.
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