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«L’Italia fa bene, sugli Npl serve gradualità»

«Sulle banche siamo davvero vicini a punto di svolta: i rischi di coda sono stati eliminati con il salvataggio dei due istituti veneti e anche sulla riduzione delle sofferenze si procede nella direzione giusta». Ha una visione moderatamente ottimista sulle capacità del settore finanziario italiano di risollevarsi da una crisi ormai decennale Carlo Cottarelli, direttore esecutivo per l’Italia presso il Fondo monetario internazionale.
Il Sole 24 Ore lo ha incontrato martedì sera in occasione del convegno «Austerità vs Crescita: quando stringere la cinghia rende floridi» organizzato a Milano da The Adam Smith Society e Arca Sgr. Ne è uscito un lungo colloquio durante il quale Cottarelli si è soffermato sui temi che più lo accalorano, prima di tutto le finanze pubbliche italiane, e non ha lesinato critiche all’istituzione che si appresta a lasciare a fine ottobre dopo quasi 30 anni di militanza. A partire dall’atteggiamento mostrato nei confronti delle banche.
Sul tema delle sofferenze è quindi d’accordo con il ministro Padoan, eppure nell’ultima consultazione «Article IV» sul nostro Paese i suoi colleghi del Fmi chiedevano misure più incisive.
Vorrei precisare che non faccio parte dello staff del Fondo e questa è la mia opinione personale. Ritengo però che sia poco realistico sostenere che si debba accelerare, costi quel che costi, la riduzione degli Npl. Con un atteggiamento troppo aggressivo le banche rischiano maggiori perdite perché devono liberarsi in fretta delle sofferenze. Credo anzi che l’Italia faccia bene a seguire una strategia di riduzione graduale, anche perché non sono d’accordo sul fatto che più sofferenze ci sono in portafoglio e meno cresce il credito: si tratta di un dogma che non è mai stato accertato.
A proposito del nostro Paese, l’aggiornamento al Def fissa all’1,5% la crescita quest’anno e nei prossimi due. Non le sembrano stime aggressive?
Al contrario, penso che sia ragionevole, anche perché si inquadra in uno scenario di ripresa superiore alle attese in tutta l’Europa. Il problema, semmai, è che continuiamo a crescere meno degli altri: siamo come un ciclista che ha perso le ruote del gruppo in salita e quando arriva la discesa, pur accelerando, continua ad andare più lento degli avversari e il distacco aumenta. Questo vale nei confronti della Germania, ma anche di Paesi come Spagna e Portogallo
Non è una metafora incoraggiante, a cosa è dovuto il ritardo che si continua ad accumulare?
Esistono fattori storici che ci portiamo dietro ormai da tempo, io li chiamo i “sette peccati capitali” e li evidenzio in un libro di prossima uscita: corruzione, lentezza della giustizia, evasione fiscale, burocrazia e in generale eccessiva presenza di regole, spesso anche scritte male. A queste si aggiunge il calo demografico e la tendenza all’invecchiamento della popolazione, che dall’inizio degli anni 90 fa crescere poco non solo il reddito complessivo ma anche la produttività. C’è poi la questione della nostra incapacità di ridurre il divario tra nord e sud del paese. Infine le difficoltà che abbiamo incontrato nell’adeguarci all’euro.
Sta forse suggerendo di tornare alla lira?
Assolutamente no. L’Italia si è mal adattata all’euro non perché la nostra economia sia incompatibile con la moneta unica, ma perché è stata presa un po’ sotto gamba la questione. In particolare abbiamo continuato a registrare un tasso di crescita dei costi di produzione più elevato di quello della Germania: prima svalutavamo e adesso non possiamo più farlo. Voglio ancora sottolineare che non dobbiamo uscire dall’euro, ma imitare Spagna e Portogallo che avevano perso terreno nei confronti della Germania in termini di costo del lavoro e adesso stanno recuperando.
Non è facile rimuovere questi “peccati capitali”. Da dove si comincia?
La competitività si può recuperare tagliando le tasse in modo credibile e duraturo, ma per fare questo occorre contenere e ridurre la spesa pubblica, contrastando anche l’evasione fiscale. Negli ultimi tempi siamo riusciti a stabilizzare il debito, ma dovremo cercare di ridurlo per lo meno del 3% all’anno in maniera continuativa. Occorrerà certo tempo per arrivare al 100% del Pil, ma studi che abbiamo compiuto di recente mostrano che se la velocità di riduzione del debito pubblico viaggia a un ritmo del 3-4% annuo i rischi cui è soggetto un paese sono, a parità di livello di debito, molto minori.
Si parla sempre più della necessità di creare un Fondo monetario europeo, cosa ne pensa?
Premesso che al momento non c’è chiarezza sul tema, credo che sarebbe positivo se gli europei riuscissero in qualche modo a “liberarsi” dell’Fmi. Sarebbe infatti stato utile se l’Europa fosse intervenuta nei Paesi in crisi senza ricorrere al Fondo. Avrebbe potuto farlo, perché i mezzi e i meccanismi a disposizione esistevano, ma si è preferito coinvolgere il Fondo perché non ci si fidava gli uni degli altri, in particolare la Germania non riteneva che la commissione Ue potesse essere sufficientemente dura e si è voluto ricorrere a una sorta di garante. Il Fmi però ha le sue regole, talvolta troppo rigide: sulla Grecia secondo me ha anche preso posizioni troppo estreme, anche di recente, chiedendo una maggiore ristrutturazione del debito greco detenuto dai paesi europei che ha provocato questa situazione di impasse.
Fra un mese tornerà in Italia, con quali progetti?
Creerò un osservatorio sul settore pubblico italiano, volto non a compiere studi teorici ma a cercare di influenzare l’opinione pubblica su certi temi. Bisogna spiegare alle persone che se vogliamo crescere dobbiamo liberarci del debito, avere un settore pubblico efficiente e conti più facilmente comprensibili.
Maximilian Cellino

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