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L’Italia apre il caso delle banche europee a rischio

di Ivo Caizzi

L'Italia ha sollevato il problema del peso nella crisi in corso dell'esposizione ad alto rischio di banche soprattutto dei grandi Paesi dell'Eurozona con i conti pubblici in ordine. E, nella due giorni di riunioni a Bruxelles dei ministri finanziari dell’Eurogruppo/Ecofin, è arrivato a conferma l'annuncio della necessità di nuovi stress test sulla solidità delle principali banche europee «più credibili» di quelli diffusi nel 2010, che promuovevano perfino gli istituti irlandesi poi salvati dallo Stato. Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha chiesto «più controlli» sulla massa enorme di crediti bancari che preoccupano alcuni istituti francesi, tedeschi, britannici, statunitensi o svizzeri e coinvolgono invece moderatamente quelli italiani. Ha poi rivendicato che nell’Ue «prima non se ne parlava e ora va avanti» la sua proposta di estendere la strategia anti-crisi, fondata sul maggiore rigore nel deficit e nel debito degli Stati, anche alla considerazione degli indebitamenti bancari a rischio. «Guardare solo al debito pubblico senza la finanza privata è un errore — ha sostenuto Tremonti -. La disciplina fiscale è fondamentale. Ma vogliamo anche più controlli sulla solidità della finanza e delle banche private. La non considerazione di questo "lato scuro"ci ha portato a una grande criticità» . Il ministro dell'Economia ha fatto l'esempio dell'Irlanda citando i dati della Banca dei regolamenti internazionali, che attribuiscono un'altissima esposizione alle banche tedesche (186 miliardi di dollari), britanniche (187 miliardi) e francesi (77 miliardi), mentre quelle italiane sarebbero impegnate per 24 miliardi. «Parliamo di circa 500 miliardi in Irlanda, che non si giustificano certo con il finanziamento del sistema produttivo…» , ha spiegato Tremonti per indicare la componente speculativa di tanti crediti privati con Dublino. Il ministro ha aggiunto che situazioni simili si registrano negli altri Paesi con difficoltà finanziarie (Grecia, Portogallo o Spagna). La posizione dell'Italia è anche una risposta a Germania, Francia, Olanda, Finlandia, Austria e Lussemburgo, che nell'Eurozona si considerano «primi della classe» perché vantano il rating massimo di affidabilità debitoria (tripla A). I loro ministri finanziari si sono riuniti informalmente lunedì scorso a Bruxelles per respingere l'aumento di costi a loro carico in caso di incremento della dotazione del fondo salva-Stati o di altri interventi a favore dei Paesi più indebitati (come gli eurobond). Il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ha ammonito che i problemi non possono essere sempre risolti dai Paesi con tripla A. Tremonti ha definito la riunione dei sei «solo tecnica» e ha replicato: «Se loro dicono io ho la tripla A, noi rispondiamo che in Irlanda io sono esposto per 22 miliardi, tu per 180…» . Non a caso l'annuncio dell'Ecofin su più rigorosi stress test per le banche è stato accompagnato da ammissioni di «resistenze» sull’inclusione di parametri fondamentali come la liquidità e l'esposizione nel debito dei Paesi a rischio. Vari governi non vorrebbero rivelare le reali difficoltà di banche nazionali, né avvalorare il dubbio che l’azione anti-crisi della Banca centrale europea abbia favorito alcuni istituti privati esposti in Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo. Il neo-presidente di turno dell'Ecofin, l’ungherese Gyorgy Matolcsy, ha esordito con l’allarmante affermazione che la crisi dell'Eurozona è così grave che «potrebbe durare altri dieci anni» .

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