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L’Italia, anziché ridurlo, aumenta il debito

Cosa ostacola la trasformazione dell’Eurozona da area monetaria sub-ottimale in una quasi ottimale perché, pur mai confederale, sarebbe dotata di funzioni di prestatore di ultima istanza, di politica fiscale comune con fini di riequilibrio e di debiti nazionali con il medesimo costo di servizio e rifinanziamento, questa condizione essenziale per l’unione bancaria? L’Italia.

L’Italia infatti è caratterizzata da troppo poca crescita e troppo debito, guidata da governi incapaci di risolvere ambedue i problemi e che chiedono come pezzenti lamentosi flessibilità per finanziare a debito la continuità di un modello inefficiente, non ottiene sufficiente fiducia dalle altre euronazioni per mettere in comune le funzioni dette.

La prima verità ne richiede una seconda: l’inefficienza dell’Italia è imputabile più all’architettura restrittiva dell’Eurozona o a responsabilità nazionali? Certamente l’euroarchitettura ostacola riforme di efficienza. Per esempio, l’obbligo del pareggio di bilancio ogni anno impedisce il finanziamento in deficit pluriannuale di detassazioni stimolative. Ma l’Italia è più colpevole perché non taglia la spesa pubblica, caratterizzata da sprechi vistosi, e, soprattutto, il debito attraverso operazioni straordinarie di vendita del patrimonio pubblico che le darebbero un status virtuoso per ottenere deroghe utili alle riforme. Tale verità serve a definire una strategia realistica di interesse nazionale.

L’Italia non resterà potenza industriale se non riuscirà a influire sugli standard globali e a essere attraente per investimenti. Per riuscirci, deve moltiplicare la sua forza nazionale attraverso alleanze. Da un lato, quella esistente con Ue ed Eurozona, da anni, produce più svantaggi che benefici. Dall’altro, non ce ne sono altre con capacità di moltiplicatore. Quindi, per trasformare in beneficio la partecipazione all’Eurozona, deve necessariamente puntare all’equilibrio di bilancio e a più crescita per darsi un profilo di sovranità convergente e contributiva, cioè che fornisce ricchezza e sicurezza agli altri invece di solo importarla.

L’Italia ha una società e industria forti che le permetterebbero una posizione d’influenza negli affari globali se si dotasse di ordine ed efficienza tali da avere una posizione primaria in un’area monetaria ottimale e in un grande mercato regionale. La politica che propone l’uscita dall’euro, oppure quella tenta di restarvi senza chiarire quali sono i cambiamenti per riuscirci, ambedue per rifiuto dell’efficienza, va contro l’interesse nazionale. Questa verità deve iniziare a entrare nella testa della gente.

Carlo Pelanda

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